Saper influenzare

“Per influenzare l’opinione altrui, bisogna essere abili nella comunicazione. Se non sapete comunicare non avete alcuna influenza sulle opinioni, e se non riuscite ad influenzare le opinioni non andrete molto lontano nel management. Cosa sanno, in più, le persone capaci di esercitare influenza? Qual è il segreto che hanno capito cosi bene? Direi che hanno afferrato una relazione semplicissima: il collegamento tra comunicazione, riconoscimento e influenza” (Robert Dilenschneider – The Dilenschneider Group, Inc. – frase tratta del suo libro . . . esercizio del potere e arte della persuasione – 1990)
Quanto è vera questa affermazione a 20 anni di distanza quali sono le regole da mettere in campo al fine di agire in modo di poter influenzare grazie “all’autorevolezza”?

Quelli che possono fanno, quelli che non possono formano (G.B. Shaw)

Partendo dal fatto che, fosse solo per amor proprio, non mi è possibile sposare questa affermazione, aggiungerei che non si può ammettere il distacco tra il saper fare e il saper trasferire i propri saper fare, quantomeno come conoscenza.
Che un manager sia anche formatore, o che il formatore sia anche manager sono prerogative che non possono essere disgiunte se l’obiettivo è assicurare la trasmissione, la circolazione e la generazione dei saper fare e dei saper essere.
La domanda che pongo è “Un manager che non sa trasmettere ciò che sa, o che non trova il tempo per farlo e che non ha il coraggio di definire se stesso in rapporto all’utilità verso gli altri, può comunque essere definito un manager competente?”

Possiamo comunicare la “nostra credibilità”?

I successi e l’efficacia delle attività di marketing, vendita e comunicazione si basano sulle promesse.
Il punto fondamentale, non sono le promesse in sé, ma il fatto che queste siano “vere” agli occhi dei clienti per i quali “a parole siamo tutti bravi”.
A questo punto sorge spontanea la domanda:
Una comunicazione che vuole essere distintiva ed efficace, e che vuole arrivare dritta al cuore del proprio cliente, come può spendere, sostenere e mantenere la credibilità di chi la propone?

Il diario

La parola diario deriva dal latino diarium e ha la stessa radice della parola dies, che significa“giorno”. Un diario, infatti, si scrive quasi quotidianamente.

Anche il diario come l’autobiografia è un testo soggettivo, in quanto i pensieri, le esperienze, i problemi dell’autore ne sono al centro.

Come nell’autobiografia, narratore e protagonista coincidono, tuttavia, a differenza dell’autobiografia, l’autore non scrive per un destinatario esterno, ma per sé stesso, ciò è confermato dal fatto che quasi sempre la pubblicazione di questi testi è postuma, ossia avviene alla morte dell’autore.

 

Il linguaggio utilizzato è informale, cioè colloquiale, semplice, a volte le annotazioni sono frammentarie, prive di unità e organicità, proprio perché il diario personale non è pensato per la lettura da parte di un pubblico.

I tempi verbali più usati sono:

• il presente per le riflessioni;

•il passato prossimo per le narrazioni perché i fatti registrati sono accaduti da poco tempo.

Ma che cosa spinge a scrivere un diario? Probabilmente il bisogno di guardarsi dentro, di comprendere sé stessi, di fissare nel tempo fatti e riflessioni e soprattutto di comunicare i propri pensieri a qualcuno (il diario è spesso concepito come un amico immaginario) che non possa giudicarci per come realmente siamo.

Le caratteristiche formali del diario sono:

• la data, che si appone in alto a destra; qualche volta essa è accompagnata dall’indicazione dell’ora e del luogo;

• l’intestazione, ossia il nome dell’amico immaginario a cui ci si rivolge;

•una parte centrale di riflessione o narrazione di fatti;

•il congedo, cioè i saluti e la firma.

 

Comprendere le nostre paure

È il primo passo fondamentale per affrontarle. Vi presentiamo un sondaggio esclusivo sulle angosce più diffuse e le riflessioni stimolanti di una filosofa. Speranza e paura. Queste due parole si alternano ormai nelle conversazioni con amici e conoscenti. Il mondo sembra una grande incubatrice di nuove paure, che paralizzano e rendono difficile guardare al futuro con fiducia. La paura si annida dappertutto, può essere un attentato terroristico, un terromoto, una recessione in borsa, un nuovo virus. O, ancora, la minaccia del nucleare, il degrado ambientale, la manipolazione genetica del corpo, cresce un sentimento di insicurezza, generata dalla percezione della perdita di controllo sugli eventi che caratterizza l’eta globale. Accanto a queste inquietudini pubbliche si aggiungono le preoccupazioni e l’insicurezza che riguardano la nostra soggettività. Le nostre paure quotidiane, piccole e grandi. La paura di ammalarsi, di perdere il lavoro, di rimanere soli, di invecchiare. Che ognuno di noi vive in modo più o meno intenso. Ne abbiamo parlato con la filosofa Elena Pulcini. Una riflessione stimolante che ci aiuta a decriptare le nostre paure, e farle diventare una forza essenziale per la nostra vita. Perché ciascuno di noi ha vere ragioni di credere in se stesso e avere fiducia nell’avvenire.

Socializzazione

Il processo di socializzazione è il processo sociale di trasmissione e di interiorizzazione delle informazioni sulla realtà e sull’immaginario sociale (l’insieme di valori, ruoli, norme, aspettative e credenze) attraverso pratiche e istituzioni dell’organismo sociale.
La socializzazione si distingue in due fasi: la socializzazione primaria che avviene nell’infanzia e la socializzazione secondaria, meno intensa ma più diffusa, che ha luogo ogni volta che l’individuo entra in contatto con nuovi contesti del mondo oggettivo.
Le interpretazioni attorno al processo di socializzazione sono diverse: alcune sottolineano la sua funzione primaria di controllo sociale, come la corrente funzionalista, per la quale il processo è una sequenza lineare dove l’individuo si conforma all’ordine sociale. La socializzazione primaria è così il processo iniziale attraverso il quale gli individui acquisiscono le competenze di base per entrare in società (gli agenti sono: la scuola, la famiglia, gli istituti religiosi, etc.); mentre la socializzazione secondaria è l’insieme di pratiche che permettono l’acquisizione di competenze specialistiche e di ruoli diversificati che formano la differenziazione sociale. Gli agenti di questa seconda fase sono: il gruppo dei pari, l’ambiente di lavoro, la famiglia, i mezzi di comunicazione, etc.
Altre si concentrano sull’approccio critico di trasmissione della gerarchia sociale, come l’approccio marxista o quello più recente di Pierre Bourdieu, dove la socializzazione è vista in relazione alla trasmissione dei codici culturali della classe di appartenenza. La socializzazione dunque è una sovrastruttura che replica la struttura economica di base della società e contribuisce a mantenerla.
Altre ancora, come gli interazionisti simbolici, considerano la socializzazione come il processo mediante il quale avviene lo sviluppo psichico e comportamentale dell’individuo in contesti determinati dall’influenza degli altri. Al centro di questo processo, l’elemento centrale è il linguaggio, sia come trasmissione sia come contenuto della socializzazione, in quanto depositario dell’esperienza delle generazioni passate, la quale viene così attinta oggettivamente e che ogni coscienza individuale recepisce e fa propria.