Il consenso

Consenso indica che si è d’accordo su qualcosa, ma non significa necessariamente accordo pieno di tutti su tutto, ovvero non significa unanimità.

L’unanimità può anche arrivare, ma non è certo un obiettivo: il consenso punta a far convivere le differenzenon ad eliminarle.

Perciò in una decisione consensuale vi possono essere diversi gradi di accordo e molte sfumature riguardo agli impegni che i diversi membri si assumono rispetto a una determinata decisione, ma il tutto avviene in modo esplicito e accettato.

Le basi del consenso

  • Il fine non giustifica i mezzi; i mezzi contengono il fine.
  • Il singolo non viene schiacciato dal gruppo, il gruppo non viene bloccato dal singolo.
  • Il singolo ha il potere e la responsabilità di sollevare i problemi; il gruppo ha il potere e la responsabilità di riconoscerli e risolverli.
  • Le buoni soluzioni tengono conto sia degli aspetti concreti dei problemi, sia delle relazioni tra i soggetti.
  • Distinguere le persone dai problemi e concentrarsi sui problemi (duri con il problema, morbidi con le persone).
  • Distinguere i bisogni dalle soluzioni, il cuore delle questioni non si trova nelle posizioni di partenza.
  • Inventare soluzioni: generare opzioni e definire obiettivi fattibili.
  • Abbandonare una proposta di soluzione non significa rinunciare ai propri principi o ai propri bisogni, ma semplicemente ricercare altre soluzioni.
  • Operare scelte sulla base di criteri riconosciuti e trasparenti.
  • Saper stare costruttivamente nel disagio (frustrazione, irritazione, preoccupazione, ecc.).

In definitiva significa rispettare le basi del processo che tende a costruire “accordi nel disaccordo”.

Il consenso riguarda in sostanza la volontà di continuare a camminare insieme.

Il vero consenso è basato sulla fiducia e sulla libertà, altrimenti non funziona, e nemmeno si potrebbe chiamare consenso.

Infatti non è vero consenso quello che si fonda sulla paura dell’altro o sulla dipendenza dagli altri

Durante “la produzione del consenso” ci si può trovare di fronte diversi tipi di problemi, quali osservazioni che puntano a dei miglioramenti, piuttosto che a perplessità, dubbi o riserve, in merito a una proposta.

Questo tipo di problemi si può affrontare con una discussione più approfondita e in genere è probabile che si trovi un accordo consensuale, a meno che, nel durante, i “miglioramenti” o le “perplessità” non si siano trasformati in disaccordo.

Infine possiamo trovarci di fronte a un disaccordo verso la proposta, più o meno forte, ma comunque esplicito e chiaro: qui il problema sollevato è tale per cui la parte avversa (una persona o una minoranza) è contraria alla proposta (tutta o in parte).

Di fronte a situazioni di disaccordo si aprono quindi due possibilità:

a) il gruppo alla fine riconosce la validità del problema sollevato e procede al cambiamento

b) il gruppo riconosce la validità del problema sollevato e può quindi procedere nella decisione che intendeva prendere inizialmente.

Per evitare blocchi decisionali occorrono molta fantasia, pazienza e fiducia, ma  anche la capacità di stare nel disagio, nella stanchezza, nella frustrazione.

La fantasia ha bisogno della fiducia e della pazienza, perché in un clima in cui potrebbero generarsi risentimento, reciproche accuse e paura, il tempo e le energie sono investiti per distruggere e non per creare.

La paura è il vero grande blocco e per superarla è bene ricordarsi e ricordare che è impossibile non prendere decisioni, per cui superarla è il primo grande passo per la ricerca del consenso.

Autostima e dintorni

Tra i fattori più importanti che possono influenzare la nostra autostima vi è la distanza tra l’immagine di sé, (ovvero che abbiamo di noi stessi – come ci vediamo in un determinato momento) e il nostro sé ideale (come vorremmo essere in un certo momento futuro).

Ogni volta che percepiamo che i nostri comportamenti o prestazioni sono coerenti con la persona che potremo mai essere, la nostra autostima aumenta; ci sentiamo più felici e stimolati, abbiamo più entusiasmo ed energia, siamo più positivi e risultiamo più simpatici agli altri.

Al contrario quando comportamenti e prestazioni sembrano distanti o non coerenti con chi vorremmo essere, la nostra autostima cala; si sentiamo ansiosi e infelici, imbarazzati ed impacciati, arrabbiati e frustrati.

Di buono c’è che più è chiara in noi l’immagine del nostro sé ideale, cioè la persona che vorremmo essere, più è facile modificare i nostri comportamenti per renderli coerenti col nostro desiderio.

La migliore definizione di autostima in assoluto è “quanto ci piacciamo”; più ci piacciamo, migliori sono le cose che facciamo e di conseguenza ci sentiamo felici e sicuri.

La nostra mente è molto simile a uno spazio vuoto, ma non rimane tale a lungo; se non riempiamo di proposito la nostra mente con pensieri positivi e costruttivi, si riempirà da sola con i nostri timori, paure e preoccupazioni.

E’ importante “parlare” a noi stessi positivamente, non avere paura di piacerci e di ammetterlo: piacersi non vuol dire autocompiacersi, vuol dire avere una bella immagine di sé, trovando la forza, in ogni momento, di fare un altro passo per migliorare noi stessi e la nostra vita.

Aumentando la nostra autostima, ci sentiremo più positivi ed ottimisti, ci porremo obiettivi più elevati ed affronteremo sfide maggiori, avremo sempre più coraggio e sicurezza.

Prendiamoci il tempo necessario per fare assoluta chiarezza sulle virtù, caratteristiche, qualità e valori che maggiormente ammiriamo e che vorremmo fare nostri.

Molti psicologi ritengono che ogni pensiero, sensazione, idea, opinione, convinzione che abbiamo da adulti è stato acquisito a partire dalla prima infanzia, anche se più del 50% dei tratti della personalità (come il coraggio, l’estroversione, l’interesse musicale, la sensibilità, la capacità atletica, ecc.) è congenito e innato.

Ecco perché bambini nati nella stessa famiglia, che hanno avuto gli stessi genitori e ricevuto un’educazione simile, risultano spesso così diversi tra loro.

Ciononostante il modo in cui una persona pensa a se stessa, e come si percepisce in relazione alle proprie abilità e potenzialità, viene acquisito nella prima infanzia.

Al momento della nascita veniamo al mondo con due qualità naturali, la prima è che “siamo assolutamente privi di paure”, la seconda è che “siamo completamente spontanei”, e da adulti, quando ci sentiamo completamente rilassati e sicuri, circondati da persone che apprezziamo e di cui ci fidiamo, la nostra naturale tendenza è tornare ad essere aperti e senza paure, spontanei ed espressivi.

A queste qualità naturali si frappongono sin dalla prima infanzia due modelli negativi, che in seguito si trasformano nelle influenze più devastanti da adulti: il primo è “il modello di abitudine negativo inibitorio” che si trasforma ben presto in paura di fallire, rischiare, perdere. Da bambini la nostra pulsione naturale è esplorare il nostro ambiente, ma il più delle volte i genitori tendono a scoraggiare questa nostra attitudine. Il secondo è “il modello di abitudine negativo compulsivo”, ovvero la paura di essere rifiutati o criticati. I genitori concedono o negano l’approvazione e il sostegno in base al comportamento del figlio, è il metodo della “carota e del bastone”. Purtroppo questo viene memorizzato con un “se voglio vivere serenamente, devo acconsentire”, e nell’età adulta potrebbe trasformarci in persone ipersensibili agli atteggiamenti e alle opinioni altrui.

Paure ed autostima hanno un rapporto inversamente proporzionale o opposto.

In altre parole, più ci piacciamo, meno temiamo il fallimento e il rifiuto.

Maggiore è la nostra autostima e minori saranno i timori ed i dubbi che frenano la maggioranza della gente; più riconosceremo il nostro valore e più saremo disposti a correre dei rischi e ad accettare le inevitabili sconfitte, gli ostacoli e i fallimenti passeggeri che si verificheranno.

In altre parole, andremo per la nostra strada.

Comunicazione verbale e comunicazione non verbale

La comunicazione è la produzione intenzionale di un qualche tipo di segno che possa essere percepito e interpretato come tale da un altro soggetto.
Tutti gli esseri viventi, per continuare a vivere, estraggono energia e informazione dall.ambiente circostante, ma solo quando l’informazione è prodotta intenzionalmente si può propriamente parlare di comunicazione.
Uno starnuto, ad esempio, può rappresentare per chi lo produce e per chi è presente un sintomo di un incipiente raffreddore, ma l’essere umano, di norma, non starnutisce volontariamente per qualcuno, essendo lo starnuto una risposta automatica a stimolazioni della mucosa nasale.
Ma se qualcuno ci fa l’occhiolino, possiamo interpretare questo segno come volontario e intenzionale e quindi come comunicazione di un qualche significato (a meno che il soggetto non abbia un tick nervoso).
Forme più o meno complesse di comunicazione sono usate da tutti gli animali, ma solo l’homo sapiens ha creato la forma di comunicazione più complessa che è il linguaggio verbale.
L’assoluta superiorità del linguaggio verbale rispetto a tutte le altre forme di comunicazione (messaggio bio-chimico, movimento, colore, odore, spazio, immagine, suono) sta nel fatto che esso è un sistema altamente integrato fatto di costituenti (fonemi, morfemi, sintagmi, frasi , testi ) che possono funzionare in combinazioni infinite grazie a regole ricorsive di riscrittura di simboli categoriali (ad esempio, il simbolo soggetto può essere riscritto come [ egli ],[ Paolo ] [mio zio], [mio zio che è morto nella prima guerra mondiale] ) e di trasformazione di un struttura in un’altra .
Un’altra caratteristica del linguaggio verbale è la capacità di dislocazione ( displacement ), cioè di potersi riferire ad eventi e luoghi non presenti alla percezione dei partecipanti alla comunicazione.
Il linguaggio verbale come raffinato sistema di segni per la comunicazione e per il supporto alle nostre computazioni mentali , tuttavia , è solo uno degli strumenti usati dall.uomo per interagire con l.ambiente sociale.
Gli elementi puramente formali del linguaggio ( l’articolazione delle parole stesse, il loro significato e le regole grammaticali da cui essi dipendono ) passano in secondo piano , anche nella percezione del parlante, rispetto alla negoziazione del significato e allo scopo comunicativo dell’interazione.
I parlanti impegnati della comunicazione verbale , infatti , seguono una gerarchia di stadi : il primo è quello della definizione di uno scopo dell’interazione ( saluto , ringraziamento , lamentela, promessa, accusa, critica , spiegazione, complimento, ecc. ) .
Il secondo stadio è quello della elaborazione del contenuto del messaggio ( nel caso di un complimento potrei dire mi piace la tua cravatta , oppure Hai buon gusto come sempre..) ; il terzo stadio è quello della selezione di una sequenza di parole ( struttura ) e una inserzione di lessico appropriati per realizzare il contenuto e lo scopo del messaggio.
Solo negli ultimi stadi il parlante apporta i dovuti ritocchi morfologici ( concordanza, suffissi , flessioni ecc.) prima di articolare materialmente la frase che poi sentirà il suo interlocutore ( Levelt 1989 , 1993 Bierwisch e Schreuder 1993).
Durante la comunicazione, inoltre , il parlante deve continuamente modellare il suo messaggio e i suoi scopi sul contesto fisico e sociale in cui agisce ( la conversazione in un bar chiassoso richiederà di sollevare la voce , di semplificare la struttura sintattica delle frasi e porterà i parlanti a ridurre la distanza dell.interazione ) ; la comunicazione faccia-a-faccia è poi fortemente vincolata al feed-back dell.interlocutore, all.alternanza di turni e al rispetto di alcune massime di collaborazione conversazionale (Grice 1978,199219)La comunicazione verbale , infine , non avviene in un vuoto sociale , come alcuni dialoghi nei manuali di lingue straniere , ma è profondamente intessuta nelle relazioni sociali tra i partecipanti .
I diversi ruoli e status sociali percepiti ( [ padre vs figlio ; insegnante vs studente ; venditore vs acquirente ] e di status [manager vs segretaria ; ecc.]) vincolano i parlanti a scegliere un particolare registro invece che un altro e adeguate forme di rispetto o di manifestazione di potere ( Halliday, 1983 ).
Se analizziamo la video-registrazione senza audio di una conversazione faccia a faccia, ci accorgeremo che il linguaggio è solo uno dei canali usati dai parlanti per la significazione. Le parole sono sempre accompagnate ad una gestualità più o meno accentuata , a posture particolari , ad un ritaglio simbolico dello spazio della conversazione , ad un uso modulato della voce che sembra sottolineare i significati verbali espressi.
Il gesto indica la via alla parola . afferma un antico detto dei Dogon. La comunicazione , (Birdwhistell 1971) avviene in massima parte ( 65% ) attraverso il canale visivo dei gesti ; solo il resto è verbale , tattile e olfattivo.
Nella maggior parte dei casi l’interlocutore decodifica inconsciamente in modo subliminale molti di questi messaggi e li ingloba nel contenuto complessivo della comunicazione. Solo quando percepiamo una discrasia tra il contenuto semantico del messaggio verbale e di quello del linguaggio del corpo ( che è spesso messaggio di relazione ) riportiamo alla coscienza l’ambiguità di un gesto , di un.occhiata, di un tono di voce particolare.
Che una gran parte della comunicazione possa essere, e sia effettivamente, veicolata attraverso i codici non verbali , è confermato dalla alta comprensibilità dei film muti .
Charlie Chaplin e Buster Keaton svilupparono una insuperabile capacità espressiva che con l’avvento del sonoro andò inevitabilmente perduta.
Il linguaggio non verbale è normalmente molto più efficace del linguaggio verbale per esprimere emozioni complesse o stati d’animo irrisolti o conflittuali ; talvolta il linguaggio del corpo rivela , a chi lo sa leggere , ciò che il parlante tenta di celare tra le sue parole.
Il linguaggio del corpo Il primo studioso ad attirare l.attenzione sull.importanza della comunicazione non verbale per la filogenesi dell.homo sapiens fu Darwin in un.opera del 1872.
Darwin avanzò l’ipotesi , ampiamente dimostrata dalle ricerche successive , che molto del comportamento gestuale dell’uomo è universale e geneticamente ereditato ed esso permane come inutili vestigia di abitudini ancestrali.
Comportamenti quali il riso, il sorriso, il pianto, il dolore, la rabbia , la paura , l’aggressione e la sottomissione, sono tipiche del comportamento umano e rivelano spesso affinità filogenetiche con gesti analoghi tra i primati.
Il riso e il sorriso.
Questi segnali non sono appresi dal piccolo umano, ma manifestati molto presto, anche pochi giorni dopo la nascita.
Il movimento di base è dato dallo scoprire i denti più o meno apertamente.
La funzione principale e quella di manifestare piacere fisico e intellettuale.
Filogeneticamente deriva da uno schema di comportamento difensivo e protettivo che successivamente si è trasformato in un segnale di sottomissione e non ostilità.
Con questo significato è abbastanza diffuso tra molte scimmie e primati ( Hoof, 1977), il sopracciglio.
Il colpo di sopracciglia all’insù è usato da popolazioni distribuite in parti lontanissime della terra ( in tutta Europa, tra le isole Samoa, tra gli indiani del Sud America e i boscimani dell’Australia ), per salutare qualcuno , per ringraziare, per il corteggiamento e l’approvazione.
Esso è un gesto tipico di riconoscimento e di integrazione sociale. Nella filogenesi lo stesso schema di comportamento è legato alla sorpresa e allo sbarrare gli occhi.
Probabilmente si è poi evoluto in segnale di indignazione, disapprovazione e poi semplicemente di domanda .
Associato ad un cenno del capo e ad un sorriso è una ritualizzazione del segnale di attenzione (Eibl-Eibelsfeldt,1977).
Per i giapponesi , tuttavia , il gesto di sollevare le sopracciglia è considerato sconveniente.
Le mani sono il veicolo simbolico privilegiato dei significati di sincerità, onestà, lealtà e sottomissione ( Pease, 1981).
I cristiani pregano con le palme unite verso l.alto, in molte culture si giura con la palma della mano sul cuore; nei tribunali americani, il testimone prende una copia della Bibbia con la mano sinistra e alza la palma della mano destra davanti ai giudici. L’ostensione della mano ha stretta relazione simbolica con l’offerta della gola in segno di sottomissione o sconfitta in molti mammiferi superiori ( canidi, felini, orsi ecc. ).
In questo senso si può interpretare la stretta della mano come segno di alleanza ma prima di tutto segno di mancanza di strumenti offensivi.
Se la palma della mano è rivolta verso il basso, essa comunica autorità, controllo e potere ( ancor di più quando è chiusa a pugno) ; se la palma è rivolta verso l’alto, comunica , inconsapevolmente, sincerità e onestà .
Ma tutte le posizioni delle mani rivelano le nostre emozioni del momento, la nostra psicologia o il nostro modo di definire l.interazione sociale in corso: le mani con le dita intrecciate, sfregarsi le palme della mani, le mani giunte con le punte delle dite a formare la cuspide di una piramide, le mani dietro la schiena o serrate sulle braccia davanti al petto, sono segni interpretabili da esperti di etologia, da attori o da persone particolarmente sensibili ai messaggi del linguaggio del corpo.
In genere le donne sono molto più capaci degli uomini a identificare i significati nascosti della gestualità , a cui forse devono il loro proverbiale sesto senso.
La presenza di un vastissimo repertorio di comportamenti non verbali in tutte le culture è stata interpretata come prova della natura geneticamente determinata del gesto.
Ad un’analisi più accurata, tuttavia , una gran parte dei comportamenti non verbali universalmente diffusi presenta differenze di tipo culturale .
Ad esempio , i movimenti della testa sono correlati ai messaggi di assenso o di diniego; nella maggior parte del mondo occidentale il no è espresso attraverso un.oscillazione rotante sull’asse orizzontale , mentre il sì con un cenno in avanti sull.asse verticale ; questo codice binario tuttavia, non è univoco, ed è anzi rovesciato in Bulgaria .
In Grecia e in altre culture mediterranee, compresa la siciliana, il diniego , invece, si esprime con un secco colpo della testa all’indietro.
I gesti iconici con le mani , di cui ci resta un vastissimo repertorio nella cultura napoletana dell’Ottocento ( Jorio, 1832 ) presentano significative differenze di tipo culturale.
Il ben noto gesto della mano con le dita a V è osceno in America se si tiene la palma della mano rivolta verso l’interlocutore, mentre è simbolo di vittoria nei paesi europei.
Sulla base delle documentate ricerche di Birdwhistell , di Argyle e di Leach , si può quindi affermare che le diverse culture plasmano in modo originale parte del comportamento riflesso e automatico della nostra gestualità, anche se permane tuttavia un residuo ancestrale che è dominio della biologia più che della cultura.
I segnali corporei di panico , odio e dolore proiettati nella mimica facciale umana sono comprensibili a tutti in tutte le latitudini , a prescindere dalla cultura di origine.
Il linguaggio dello spazio. Anche il rapporto tra corpo e spazio presenta sia caratteri universali sia culturali.
Nella comunicazione , il corpo , gli oggetti e lo spazio sono usati per creare significato e contribuire al successo complessivo del messaggio verbale.
Lo studio del significato culturale dello spazio è studiato dalla prossemica.
Come molti animali , che marcano e difendono il loro territorio con vocalizzazioni e tracce olfattive , l’uomo è consapevole dello spazio che lo circonda e della distanza che egli mette tra sé e gli altri individui.
Questa distanza , tuttavia , è determinata culturalmente , in quanto dipende in primo luogo dal livello di affollamento dello spazio stesso e da particolari situazioni sociali.
Esiste uno spazio intimo che circonda l’individuo per uno spessore di 15-50 centimetri.
Di norma solo il partner , genitori e figli, parenti e amici intimi possono accedere pacificamente a questo spazio.
Lo spazio intimo può essere invaso o per motivi affettivi dal partner , o come avance sessuale da un altro individuo ; naturalmente questo spazio vitale può essere oltrepassato anche da un intruso con intenti ostili.
Questa invasione produce trasformazioni fisiologiche significative, quali l.aumento del ritmo cardiaco e dell’adrenalina nel sangue
L’involucro spaziale intimo è racchiuso in un.altra calotta, la zona personale ( da 50 cm a 2 metri ) che l’individuo sceglie per le relazioni sociali ( l’ufficio, i ricevimenti, le presentazioni, ecc.)
Esiste infine un’altra calotta , quella dello spazio sociale, che arriva fino oltre 3 metri di distanza , nella quale collochiamo idealmente le relazioni con sconosciuti , con persone che sono impegnate in lavori manuali o sono già impegnate in una interazione con persone a noi sconosciute.
Queste distanze , come si è già detto, variano da cultura a cultura.
In genere si registra una diminuzione delle distanze man mano che si passa dalle culture nord-occidentali ( scandinave , anglosassoni, canadesi , tedesche ) alle culture mediterranee (Italia Spagna, Grecia ) fino alle culture nord-africane , nelle quali una comunicazione tra estranei può contemplare l’invasione dello spazio intimo e anche il contatto fisico.
Particolare interesse assume la proibizione al contatto fisico ( vero e proprio tabù ) tra individui appartenenti a caste diverse in India , e il rarissimo uso del contatto fisico, accompagnato all’assenza di mimica facciale , della cultura giapponese
L’etnografia della comunicazione ha analizzato diverse lingue non verbali usate in comunità molto distanti tra loro.
In genere si tratta codici che sfruttano le qualità acustiche di tamburi, di gong di trombe e di campane o il fischio umano; queste lingue sono traduzioni della lingua verbale che non si può usare a causa della eccessiva distanza.
Le lingue fischiate sono state individuate per lo più tra le popolazioni montanare , quali i Matazeco che vivono nello stato di Oaxaca del Messico , i Kursköi nella Turchia ed altre popolazioni nei Pirenei .
Con la modulazione del fischio su quattro diverse tonalità, i mazatechi sono in grado di portare avanti transazioni complesse senza apparenti vuoti lessicali o incomprensioni.
Alla pronuncia dei singoli tratti fonetici di cui sono composte le parole, il parlante aggiunge , quasi. sovrascrive ., un’ampia gamma di fenomeni acustici e articolatori che possono modulare alcune parti del messaggio , oppure cambiarlo radicalmente , specialmente nei suoi effetti pragmatici.
Questi fenomeni , spesso raggruppati sotto un’unica tipologia , sono chiamati paralinguistici .
Essi comprendono aspetti prosodici e ritmici, quali l.intonazione, l’accentuazione e la variazione temporale dell’eloquio ( la velocità misurata in numero di sillabe al minuto ) e aspetti timbrici, comunicati dalla qualità della voce ( calda/fredda ; chiara/scura ; sottile/profonda .
Alcuni dei meccanismi di significazione paralinguistica sono ben codificati e fanno parte della competenza linguistica del parlante : l’intonazione discendente è tipica dell.enunciazione e dell’asserzione, quella ascendente della domanda , del dubbio , della cortesia, della proposta.
L’accento contrastivo serve per chiarire ambiguità , esprimere contrasto o come manifestazione di irritazione, rabbia ecc. .
Per quanto riguarda la qualità della voce, il parlante sembra possedere una percezione inconscia del valore associativo/connotativo di alcune caratteristiche vocali.
Ascoltando al telefono una voce sconosciuta , se qualcuno ce lo chiede , possiamo attribuire caratteristiche psicologiche e anche sociali al soggetto parlante.
Se , attraverso filtraggi particolari, si cancella del tutto il contenuto del messaggio, per lasciare solo i tratti paralinguistici , si è osservato che gli ascoltatori attribuiscono ad una voce qualità particolari, in modo statisticamente significativo ( .chi parla è una donna attraente,domina il partner, si veste con gusto, è molto brillante, è una fille à papa.
Poiché parlare è il comportamento usuale, non marcato della comunicazione , la sua assenza può rappresentare un veicolo di significazione.
L’alternanza codificata tra parlato , gestualità e silenzio caratterizza spesso eventi sociali altamente ritualizzati come le cerimonie religiose o civili ( la celebrazione della messa o il rito dell.alzabandiera) .
Nelle relazioni interpersonali , il silenzio può esprime significati caratteristici di una cultura. In alcune culture , dette del silenzio , come quelle orientali , amerindiane e africane , momenti di silenzio sono considerati normali in una conversazione , per dar modo ai partecipanti di riflettere e giudicare .
Tra alcune tribù pellerossa il silenzio significa il non riconoscimento di una persona dopo che questa abbia subito un lutto , una grave malattia o dopo un lungo periodo di lontananza , come a sottolineare che tali esperienze cambiano l’identità di una persona. Nelle culture nord-occidentali , ossessionate dall.uso del linguaggio , il silenzio tra intimi può essere un segnale di condivisione di affetti ed emozioni ; nelle relazioni sociali è un segnale di incertezza, ambiguità o non collaborazione tra interlocutori .
In questo caso esso è spesso usato dal parlante per una negoziazione di status o di ruoli .
Poiché il diritto alla parola in situazioni di comunicazione di gruppo dipende strettamente da relazioni di potere o di funzione riconosciute, ogni individuo sa esattamente se e quando parlare.
La violazione di questa regola non scritta , come è noto, è severamente stigmatizzata in tutte le culture.
Il Linguaggio verbale e quello non verbale. La relazione tra comunicazione verbale e comunicazione non verbale è ancora controversa . Dopo un periodo di forte enfatizzazione del ruolo della CNV tra gli anni Sessanta e Settanta, a seguito dello sviluppo dell. l’etologia , si afferma ormai una valutazione più equilibrata della potenzialità e dei limiti della CNV.
Innanzi tutto , rispetto al linguaggio verbale , la CNV ha limitate risorse per esprimere il significato proposizionale ( cioè la funzione predicativa e referenziale del linguaggio ) ; la CNV , inoltre ,essendo basata principalmente su segnali analogici e iconici , adatti a fornire una rappresentazione spaziale e motoria della realtà ( Anolli, 2002,237) non può comunicare idee e conoscenze astratte quali giustizia, diritto , innocenza.
Come accennato in precedenza, il ruolo della CNV sembra essere quello di stabilire , definire o mutare le relazioni tra individui. Mentre il linguaggio verbale è fortemente specializzato sul che cosa dire ( funzione informativa e referenziale, col supporto di una struttura proposizionale ) , la CNV è specializzata nella manifestazione di significati e intenti di relazione ( voglio esserti amico , condivido la tua esperienza, sono più importante di te , la tua presenza mi crea ansia, non ho capito chi sei .
E poiché la CNV è spesso costruita su un continuum di significato ( i gesti della paura possono avere una maggiore o minore intensità a seconda dell.intensità dell.emozione stessa) , rispetto al valore discreto del linguaggio verbale , essa comunica con grande efficacia anche cambiamenti dinamici di stati psicologici.
L’homo sapiens ricorre ad una grande varietà di mezzi e canali per la comunicazione.
I diversi tipi di codici si intrecciano profondamente nell.atto concreto della comunicazione , si integrano e si completano.
Quando parliamo spesso le nostre mani o il timbro e l’intensità della nostra voce rinforzano con una rappresentazione iconica ( acustica e visiva ) una nostra idea , come quando, mentre pronunciamo la frase .
Enrico VIII produsse una frattura | +gesto| insanabile con la Chiesa di Roma, facciamo il gesto di tagliare con il palmo della mano. Sul piano neuropsicologico sappiano che linguaggio verbale e linguaggio non verbale utilizzano circuiti neuronali differenti e indipendenti, perché è possibile perdere la capacità gestuale ( aprassia) e non quella verbale ( afasia ) e viceversa .
A differenza delle funzioni linguistiche, infatti, localizzate, con una certa approssimazione in quattro aree corticali, i messaggi cinestetici con valore simbolico sono prodotti nelle aree pre-motorie e motorie ( aree 4 e 6 della citorchitettura di Brodman ) .
Per quanto riguarda gli aspetti cinestetici pertinenti a questa discussione , i così detti movimenti ideo-motori, questi sono controllati da strutture sottocorticali che proiettano nei centri dell’emozione e della memoria quali il talamo e l’amigdala, confermando così la caratteristica qualità non discreta e associativa della CNV .
Pur nella differenziazione funzionale e indipendenza neuronale dei due tipi di comunicazione ( verbale e NV), è ragionevole ipotizzare l’esistenza di un sistema centrale di controllo , una sorta di sistema semantico generale, in cui i diversi tipi di input vengano infine tradotti in simboli equipotenti e integrabili nella comunicazione , dove quindi il messaggio non verbale della palma della mano sul petto e la frase . non sono stato io. si fondono in un unico significato del tipo .
Giuro, puoi star certo, che non sono stato io.
Sarà forse di qualche utilità concludere questa discussione con una tabella riassuntiva degli aspetti caratterizzanti della comunicazione verbale e non-verbale.
In alcuni casi, tuttavia, le opposizioni presenti non sono da intendersi in senso binario ma statistico.

Dove nascono le idee?

Dove nascono le buone e le grandi idee?

E’ una gran bella domanda, ma cominciamo dicendo “dove non nascono”!

Con il cambiamento sempre più rapido, con l’imprevedibilità crescente della concorrenza e con il sempre maggior potere dei clienti, le vecchie fonti di ispirazione sembrano inadatte a stimolare nuove idee.

Non possiamo più aspettarci che nascano solo nei laboratori di ricerca e sviluppo, piuttosto che dal reparto innovazione; queste strutture non bastano più, da sole non sono più sufficienti.

Le grandi idee di cui ogni azienda ha bisogno non vengono più neanche dai responsabili delle strategie, piuttosto che dalla direzione sviluppo nuovi prodotti e servizi, e non verranno mai dai vertici della piramide aziendale.

Molti Presidenti, A.D. o Top Manager hanno esaurito la propria creatività negli incarichi che li hanno portati gradualmente a quella posizione, loro ora devono creare tassi di rendimento minimo tali da convincere gli investitori, devono gestire il business e molte altre cose che richiedono tempo, attenzione e sostegno politico.

Dove andare a pescare nuove, e magari, grandi idee?

  1. Dai nuovi assunti. Essi vedono il mondo con occhi nuovi, interpretando il “nostro mondo” in un modo diverso. Non sono ancora assuefatti al quotidiano ed alla routine, alle piccole inadeguatezze e contraddizioni che noi consideriamo accettabili. Loro pongono semplici domande: perché facciamo così, perché non facciamo così? Se dopo tre mesi che un neo assunto è in azienda dialogassimo con lui, non per commentare le sue performance, ma per invitarlo a commentare quelle operative dell’azienda, avremmo a che fare con una mente ancora fresca per vedere le mancanze, capendo al tempo stesso come vanno le cose. Vi sono buone probabilità che vengano fuori buone idee.
  2. Da chi sta in periferia. In passato andare in aree periferiche dell’azienda sembrava fosse un ostacolo alla carriera; oggi sembra esattamente il contrario, in quanto può offrire la possibilità di prendere parte a qualche innovazione significativa. In periferia si possono sperimentare, testare, provare e perfezionare nuove idee. In periferia accadono le cose e si possono trovare, addirittura creare, nuove e buone idee.
  3. Da chi lavora in prima linea. Spesso le idee migliori provengono da chi ha le “mani sporche” (ad esempio assistenza tecnica e/o operatori di call center che parlano con i clienti e soprattutto li ascoltano). Toyota ha risparmiato milioni di dollari l’anno fornendo ogni operaio della linea di montaggio di carta e penna perché indicasse idee per migliorare il prodotto o il processo. Se si vogliono trovare idee nuove è bene parlare con chi lavora a contatto con il cliente o, meglio ancora, andare a lavorare con lui per un giorno; se ne potrebbero sentire di molto interessanti.
  4. Dai clienti. La presunzione di molti uomini di marketing li porta a considerare il cliente come “un incompetente che non sa cosa vuole, se non sono loro a dirglielo”. Ma i clienti in realtà conoscono i propri gusti, e se gli si propongono delle novità, esprimono prontamente il loro parere. Se si vogliono trovare grandi idee a basso costo è bene creare punti di ascolto in cui il cliente abbia modo di comunicare il proprio pensiero; egli apprezzerà questa opportunità, e noi avremo molto da imparare.
  5. Dalle aziende di successo di altri settori. Il fatto è che non esistono più idee nuove, ma solo nuovi sviluppi di idee preesistenti. E’ bene farsi influenzare da settori  diversi, anche solo lontanamente compatibili con il  nostro; la storia dell’innovazione è costellata di “geni” che hanno preso a prestito, e sottratto idee, da un settore per trasferirle semplicemente in un altro.

Una piccola idea può sempre diventare grande, unita ad altre piccole idee può dar vita a una “nuova idea”; cerchiamole sulle riviste che normalmente non leggiamo, nei libri differenti da quelli che ci appassionano, in frequentazioni diverse da quelle abituali, viaggiando … tutto ciò ci aiuterà a sviluppare una visione periferica, ad aprire le frontiere della mente, ampliandola.

Superiori, colleghi e clienti

In noi s’intersecano tutte le relazioni che intratteniamo con gli altri, a qualsiasi livello.
Ogni relazione richiede tempo ed energia, può creare problemi o portare a soluzioni, può rafforzarci o esaurirci, arricchirci o impoverirci. Le nostre interazioni, e come le viviamo, influenzano e condizionano il nostro “benessere”.
La relazione con una persona, chiunque sia, ci impegna ad un certo livello di responsabilità, perché sta sempre a noi far si che il legame sia utile o dannoso, temporaneo o stabile. Le persone che ci stanno intorno hanno un grandissimo potenziale nei nostri confronti. Dalle relazioni con loro potremo trarre sempre vantaggio, se solo capiremo l’importanza della reciprocità, e sapremo far uso delle nostre doti umane.
Superiori:
I superiori hanno sempre qualcosa che può tornarci utile, che siano esempi da seguire o da evitare. Di solito i “capi” più difficili da trattare sono quelli da cui vengono le lezioni più importanti, e sono un ottimo addestramento in vista del futuro.
Se il “capo” è una persona “odiosa”, incapace di trattare con gli altri e difficilmente accontentabile, impareremo a dare sempre il meglio di noi stessi, ad essere sempre molto presenti ed attenti, ed a sviluppare una buona dose di pazienza e tolleranza.
Ancora più importante impareremo esattamente cosa non fare in futuro in analoghe posizioni di responsabilità. Se invece il nostro “capo” è una persona squisita, che riconosce, apprezza ed esalta in ogni modo i meriti delle risorse umane affidategli, allora impareremo l’importanza di trattare sempre i collaboratori con rispetto e dignità.
Colleghi:
I colleghi sono preziosi, condividono la nostra vita professionale quotidiana, ed a seconda di come li trattiamo, possono diventare alleati o nemici.
Pensiamoci un attimo: noi per loro siamo un appoggio o un ostacolo? Sappiamo condividere le loro gioie ed i loro momenti neri? Li consideriamo amici o impedimenti sul nostro cammino? Cerchiamo di primeggiare su di loro anche in modo sleale? Siamo compagni di lavoro detestabili, egoisti e pettegoli? Ricordiamoci, i nostri colleghi vivono con noi, ci osservano e ci giudicano; possiamo anche sfruttarli, scavalcarli e poi dimenticarli, ma loro non dimenticheranno e, nell’eventualità sempre possibile di un rovescio di fortuna, saranno loro a negarci aiuto e conforto.
Clienti:
I clienti sono l’essenza di qualsiasi attività e vanno conservati come risorse preziose.
Senza di loro noi forniremmo un prodotto ed un servizio inutile.
Prendiamo per esempio i venditori: un errore comune è quello di trattare i potenziali clienti da amici finché si conclude l’affare e di ignorarli subito dopo; questo comportamento è sufficiente a rovinare una reputazione, perché a nessuno fa piacere sentirsi usato.
Un cliente è il visitatore più importante. Non è lui che dipende da noi, siamo noi a dipendere da lui. Non rappresenta un’interruzione del nostro lavoro, ma il suo fine. Non è un aspetto secondario della nostra attività, ma una sua parte integrante. Non siamo noi a fargli un favore servendolo, è lui che lo fa a noi offrendoci questa opportunità.
(Mahatma Gandhi)

Intuizione, ascolto, osservazione

Intuizione è la capacità di gettare utilissime occhiate nell’animo altrui, semplicemente osservando con finezza … nella maggior parte degli incontri d’affari (e non solo quelli) c’è da vedere più di quanto appare, c’è tutta una serie di dinamiche personali operanti appena sotto la superficie: a volte si tratta di cose che la gente dice o fa inconsciamente, il modo di distogliere lo sguardo quando si sente una certa domanda o si affronta un certo argomento.
Simili tracce abbondano, ma la maggior parte delle persone è troppo occupata ad ascoltare se stessa per dar retta agli altri, o troppo impegnati ad indossare la loro bella presenza, per notare quella attiva degli altri. Per me è inimmaginabile una persona di successo (negli affari, nel sociale, nel privato) che non abbia qualche intuito in fatto di esseri umani.
E’ l’intuizione che ci permette di vedere oltre il presente: la vera natura di un individuo, la sua vera personalità, non cambia a seconda delle situazioni, rimane la stessa. Più conosciamo una persona e più riusciamo a penetrare oltre la facciata, meglio sapremo predire come si comporterà in tutte le situazioni concepibili; una tale conoscenza è di valore inestimabile.
L’intuito esige che tutti i sensi siano ben vigilanti, che parliamo di meno ed ascoltiamo di più: osservare ed ascoltare, tenere occhi e orecchie ben aperti … e la bocca chiusa!
La capacità di ascoltare, di sentire quello che uno sta dicendo, è anche più importante dell’intuizione (nella vendita, per esempio, è assolutamente fondamentale).
In tutte le situazioni di lavoro ricorrenti è molto diverso il modo di comportarsi di chi sa ascoltare e di chi non sa farlo, ed anche i risultati.
La capacità di osservare, è la possibilità di formarsi impressioni basate più su ciò che si vede, piuttosto che su quello che si sente.
L’atto di osservare è un atto di aggressione, ciò che le persone dicono di se stesse, i segnali che mandano sono sia consci, che inconsci. (linguaggio del corpo)
Osservare aggressivamente significa andare oltre le apparenze, convertire i segnali lanciati dall’altro in percezioni utilizzabili.
Non bisogna essere frettolosi, arrivando troppo in fretta alle conclusioni (ho visto fin troppe volte i cosiddetti maghi del linguaggio del corpo prendere delle cantonate galattiche) sopravvalutando gli aspetti convenzionali o leggendo significati dove non esistono. Bisogna saper riconoscere l’enorme differenza, nella postura, tra una posizione e una posa.
E’ ridicolo quando le persone posano, quando la loro disinvoltura è un po’ troppo studiata, quando i loro uffici sono tappezzati di diplomi – motti e così via, messi lì per creare impressioni.
Bisogna stare in guardia con gente di questo genere, è facile che gli prema più la forma, che la sostanza, più le apparenze, che i risultati concreti.
Naturalmente il più fertile e proficuo campo d’osservazione sono gli occhi; gli occhi vi diranno ciò che uno sta pensando davvero, anche quando tutto il resto è orientato in un’altra direzione.
Ricordiamoci sempre che le parole possono tradire, i comportamenti no, e se l’intuito è la nostra capacità di “percepire oltre il presente”, il saper osservare ne è il miglior alleato.

DIVERSITA’

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse”
Robin Williams in “L’attimo fuggente” di Peter Weir.
Tutta l’esperienza formativa di ciascun essere umano è costantemente attraversata e costellata da continue presenze dell’ALTRO.
Le relazioni interpersonali sono di fatto una “galleria di volti” che irrompono nel nostro spazio vitale e ai quali rispondiamo in forme differenti e a ciascuno, a suo modo, in forma singolare.
Entrare in relazione con l’altro innegabilmente vuoi dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è “diverso” da me. E attraverso questo gesto, oltre a sviluppare maggiore coscienza della mia identità, io posso diventare più ricco, dell’alterità riconosciuta.
Eppure a volte, a livello sociale (ed anche educativo) si cerca di annullare la “diversità” che ci rende tutti così meravigliosamente unici, si tende a lavorare più sul collettivo che sull’individuo, a creare universi omologati, comunità di simili dove il singolo si deve identificare con il gruppo e la pluralità dei soggetti non sempre viene rispettata. Così l'”alterità” e la “diversità” vengono attribuite non a ciascun individuo in quanto essere differente da un altro, ma solo ad alcuni che presentano “particolari caratteristiche” che li rendono dissimili rispetto all’omologazione dei gruppo. Ed è proprio per questo che la presenza dei cosiddetto “diverso” nella società come a scuola genera conflitti, mette in crisi il normale funzionamento dei sistema e condiziona in modo forte la formazione e la crescita dei singoli, tanto più se si tratta di bambini e/o adolescenti.
La “diversità” è cioè spesso vista in chiave negativa, come “minaccia” della propria identità e per questo la presenza dei “diverso” frequentemente genera sentimenti di paura, ansia, sospetto.
Basti pensare a quanto la presenza di alunni stranieri o di portatori di handicap o dei cosiddetti alunni difficili abbia creato in passato ( e talvolta crei ancora) notevoli timori negli educatori e difficoltà relazionali all’interno dei gruppo.
Se si riuscisse invece a percepire la “differenza” non come un limite alla comunicazione, ma come un “valore”, una “risorsa”, un “diritto”, l’incontro con l’altro potrebbe essere in certi casi anche scontro, ma non sarebbe mai discriminazione. E l’educazione diventerebbe scoperta e affermazione della propria identità e, contemporaneamente, valorizzazione delle differenze. (1)
Invece è il pregiudizio, inteso proprio come giudizio superficiale non avvallato da fatti, ma da opinioni, il motore che a volte muove un po’ le azioni e i comportamenti di tutti noi, condiziona le nostre relazioni sociali, ostacolando a volte appunto le opportunità di contatto, incontro, esplorazione, scoperta che sono i fondamenti dei rapporto con l’altro da sé.
Ma il pregiudizio non è innato, ha piuttosto il suo fondamento nelle influenze familiari, ambientali, sociali, e si struttura già dalla prima infanzia. Pertanto, se crediamo sia giusto cercare di limitare il più possibile l’insorgere di pregiudizi, è fondamentale intervenire a livello scolastico, educativo, familiare per fare della diversità una vera ricchezza, un nuovo paradigma educativo e per stimolare i bambini e i ragazzi a pensare criticamente piuttosto che dir loro quello che devono pensare. In quest’ottica uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di educare alla differenza, all’altro, al diverso, per creare i presupposti di una cultura dell’accoglienza e per impedire l’omogeneizzazione culturale. “La nostra ricchezza collettiva, ha scritto Albert Jachard, è data dalla nostra diversità. L’altro, come individuo o come gruppo, è prezioso nella misura in cui è dissimile. Oggi più che mai la scuola deve educare gli studenti a considerare il diverso non come un “pericolo” per la propria sicurezza, ma come “risorsa” per la crescita.
Tuttavia una vera pedagogia della differenza si esprime non certo in prediche e indottrinamenti, né con tecniche di persuasione più o meno sofisticate, ma anzitutto sperimentando quotidianamente la realtà di una scuola come una “comunità di diversi”, che non emargina chi non è “uguale” o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori.
E’ chiaro che, perché tutto ciò avvenga, è necessario porre come elementi centrali della relazione educativa l’ascolto, il dialogo, la ricerca comune e l’utilizzo di metodologie attive e di tecniche d’animazione in grado di sviluppare le capacità critiche di porsi delle domande, di imparare a mettersi nei panni altrui, di attivare delle reti di discussione, di uscire dagli schemi, di essere creativi e divergenti” (1).
E il linguaggio audiovisivo in generale e cinematografico in particolare diventano molto utili per dar corpo e vita ai progetti e per tradurre idee in concreti percorsi di avvicinamento e conoscenza delle culture dell’umanità.
L’analisi di tali linguaggi dovrebbe ruotare attorno ai seguenti nuclei‑chiave:
didattica dei decentramento dei punti di vista
pedagogia della decostruzione
convivialità delle differenze
antropologia della reciprocità
Cosciente dei peso che la civiltà delle immagini ha nella costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, nella creazione di visioni dei mondo, di rappresentazioni dell'”altro” e dell'”altrove”, mi pare importante e utile suggerire dei percorsi che, proprio a partire dai linguaggi audiovisivi, siano in grado di rispondere a molteplici esigenze e consentano di:
attivare dei percorsi di analisi e decostruzione delle immagini
“graffiare la superficie” e oltrepassare la cornice dello schermo
educare non solo a vedere, ma anche a guardare con occhi più attenti, critici, selettivi
analizzare i meccanismi e individuare gli artifici su cui si fonda la comunicazione massmediale
Percorsi attraverso i quali proporre situazioni audio‑visive finalizzate:
al potenziamento di abilità percettive e al decentramento percettivo
allo sviluppo della capacità di mettersi nei panni dell’altro, di uscire dal proprio punto dì vista per assumere quello altrui allo sviluppo della capacità di guardare le cose, il mondo, da diverse angolazioni
percorsi capaci di:
· aiutare a individuare e mettere in discussione i principali stereotipi utilizzati dai media nella messa in scena dell'”altro”
· educare all’identità, alterità, diversità
· stimolare atteggiamenti solidali nei riguardi di ogni persona
· sviluppare visioni multiprospettiche delle realtà prese in considerazione
· viaggiare virtualmente intorno al mondo attraverso i popoli che lo abitano
NUCLEI DI LAVORO DEI PERCORSI
I nuclei di lavoro fondamentali di tali percorsi dovrebbero essere:
– Fenomeni della percezione visiva. Arte e percezione. Percezione attraverso l’occhio della macchina da presa.
– Fisionomie dell'”altro” e del “diverso”. Pregiudizi e stereotipi messi in scena dagli “occhi” del cinema.
– Le “maschere” della rappresentazione dello “straniero”, dell’altro, del “nemico” in occidente, dall’antichità ad oggi
– L’Italia e gli italiani nella pubblicità, nel cinema e nella televisione europea e internazionale
– L’Africa e gli africani nelle stampe antiche, nella pubblicità, nel cinema, nella fotografia e nei fumetti occidentali.
“Disegnammo quell’isola che poi avremmo ripreso; disegnammo anche le nuvole e le montagne. Era tutto finto: una grande lezione su come si può disegnare un film. L’unica cosa vera è l’oceano. Peccato, purtroppo non ho potuto creare l’acqua in altro modo.” Josef von Stemberg
“Io voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita. E’ come se fosse la prima volta che si aprono gli occhi per vedere com’è fatto il mondo. Cerco di trovare o creare un vocabolario di nuove immagini in cui la realtà diventi irreale e visionaria. Cose reali, ma in trance, simili ad allucinazioni” Werner Herzog
“Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà. ” Michelangelo Antonioni
“L’importanza sia nel tuo sguardo, non nella cosa guardata” André Gide
“La missione del cinema è più quella di dirigere i nostri occhi verso gli aspetti del mondo per i quali non avevamo ancora avuto sguardi, che non quella di porre davanti ad essi uno specchio deformante, sia pure di buona qualità.” Eric Rohmer
“La cosiddetta illusione della proiezione non è che un’analisi meccanizzata del modo in cui noi vediamo il mondo. Per cui la distinzione tra l'”illusione” del film e la “realtà” della nostra esistenza quotidiana è superficiale; fondamentalmente, anzi, i due termini sono uguali e intercambiabili” King Vidor
‘Nel cinema l’immaginario e il reale sono nettamente separati eppure sono una cosa sola, come l’anello di Moebius che possiede una e due facce insieme, come la tecnica del cinema‑verità che è anche una tecnica della menzogna.” Jean‑Luc Godard
“IL cinema esprime la realtà con la realtà. La realtà non è che del cinema in natura. L’intera vita è cinema naturale e vivente. Il cinematografo non è dunque che il momento “scritto” di una lingua naturale e totale, che è l’agire nella realtà” Pier Paolo Pasolini
“Una macchina da presa è l’occhio più indiscreto del mondo. L’arte dei regista è quindi un’arte di buchi di serratura. E’ attraverso il buco di una serratura che ci fa sorprendere la vita.” Jean Cocteau
“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” Marcel Proust
‘Il mio paese ideale è l’immaginario. E l’immaginario è il viaggio tra ciò che è davanti e ciò che è dietro all’obiettivo. ” Jean‑Luc Godard

Sport e motivazione

Con il termine “motivazione” si indica il fattore fisiologico, emotivo, cognitivo che organizza il comportamento individuale verso uno scopo.
Le motivazioni all’attività ludico-motoria e sportiva nascono da bisogni relativi:
Al corpo Ricerca di esperienze dinamiche piacevoli
All’ambiente Padroneggiamento della realtà esterna
Agli altri Identificazioni positive con il gruppo dei pari
Al sè Esplorazione del valore di sé e ricerca di autoaffermazione motivazioni dell’Istruttore:
-gratificazione del compito (piacere per ciò che si insegna)
-successo personale (prestigio o denaro)
-orientamento al gruppo (socialità e buona interazione con altre persone)
Egli esprime due atteggiamenti o aree di fattori motivanti:
-atteggiamenti che esprimono la volontà di lavorare in una prospettiva pedagogico-educativa, con obiettivi fortemente correlati allo sviluppo negli allievi di competenze psicologiche e relazionali;
-atteggiamenti che esprimono valori prettamente tecnici e quindi correlati a modelli didattici di tipo addestrativo finalizzati all’apprendimento e all’ affinamento prestazionale e motorio.
Questa distinzione volutamente schematica è utile nel determinare con l’allievo una più o meno efficace comunicazione.
Nel nostro contesto significa realizzare una simbiosi tra abilità tecniche personali e ruolo ed equilibrio nell’ambito del gruppo di appartenenza.
Motivazioni dell’Allievo:
L’allievo inteso come unità psico-somatica deve coinvolgere ambedue le sfere: ludico-sociale e estetico-prestazionale contemporaneamente, per poter avere una esaltazione dei fenomeni relativi alla prestazione, anticipando così l’insorgenza dei sintomi veri e propri della sfiducia, della noia e della fatica.
Molto spesso gli istruttori rischiano inconsapevolmente di far scadere le sessioni dei corsi a causa di ripetizioni stereotipate, che producono negli allievi l’effetto della noia che prende spazio all’interno dell’individuo per mancanza di soddisfazione verso un’attività che rimane estranea alla propria realizzazione.
Senza dubbio la motivazione è un fenomeno molto complesso, ci risulta spesso difficile capirne l’incidenza su un tipo di comportamento piuttosto che un altro.
Resta logico pensare che una persona più è spinta ad imparare una particolare attività, più vi si eserciterà, è altrettanto vero che l’eccessiva sollecitazione può stancare e provocare rifiuto e abbandono.
Potremmo dire che noia e monotonia affrettano l’insorgere della fatica psico-fisica e della stanchezza; diminuiscono il livello di attenzione e quindi la motivazione e voglia di proseguire nei confronti della situazione proposta e/o richiesta.

MOTIVAZIONI ALLO SPORT o GIOCO.
Il gioco costituisce per il bambino l’esperienza più ricca, impegnativa e decisiva. E’ accertato che i bambini ai quali non sia stata data la possibilità di giocare non dispongono di quella ricchezza di vita interiore, che può ricevere stimolazione dal gioco (Gabrielli).

Secondo numerosi Autori, gli stimoli che attivano l’organismo giovane senza stancarlo accelerano la maturazione. Il gioco è fra gli stimoli più importanti attraverso cui il bambino riesce a raggiungere una rapida maturazione della corteccia cerebrale. L’attività ludica si colloca come dato integrativo capace di agevolare la maturazione intellettiva e i processi di adattamento e di acquisizione. Sul piano conoscitivo il gioco si rivela fondamentale in quanto capace di anticipare, nell’imitazione dell’adulto, i ruoli e i comportamenti delle età successive, funzionando
quindi da strada maestra verso la socializzazione. Sul piano affettivo il gioco si struttura nell’età evolutiva secondo finalità diverse: di natura competitiva, partecipativa, comunicativa; ed in forme creative, esplorative, rassicurative, a seconda di quali siano i vettori motivazionali. Si potrebbe affermare che per ogni stato d’animo esiste un gioco. O, meglio, che le infinite possibilità e modalità di gioco sono realizzate e adattate al soddisfacimento delle esigenze psicologiche del momento. Il bambino si crea col gioco il proprio mondo e ricostruisce una situazione spontanea in cui proietta tutte le tendenze che corrispondono alla sua realtà interiore. Il gioco infantile non è soltanto la soddisfazione immediata di quel principio del piacere che non vuole arrendersi al principio della realtà ma, come dice Freud, si manifesta sotto l’influenza del potente desiderio individuale di crescere. Il bambino trova nel gioco uno sfogo che gli consente un confronto paradossale con la realtà: si crede libero e non è più frustrato nel suo rapporto con il reale, crea situazioni immaginarie ed attivamente le affronta e domina, aiutandosi così a sopportare e superare l’ansia delle concrete situazioni vitali. Il gioco nel bambino ha una funzione rassicurante in quanto gli permette:
– di esercitare un controllo onnipotente sulle cose e sulle persone, liberandolo da un penoso senso di impotenza e di dipendenza;
– di affermarsi competitivamente sul mondo provando le proprie capacità e confermandosi nella sicurezza;
– di provare e sperimentare il rischio e la paura simulati senza compromettere la propria integrità o AGONISMO. L’agonismo è un’esigenza innata dell’uomo di misurarsi con la natura, con gli altri e con se stesso. Secondo l’approccio della psicologia dello sport, l’atteggiamento agonistico rappresenta il saper incanalare in maniera intenzionale, razionale e specifica l’aggressività che consente all’atleta di affrontare la competizione o AFFILIAZIONE. a livello psicologico il periodo adolescenziale è quello della massima spinta ad appartenere ad un gruppo, le motivazioni possono essere ricercate in: assicurazione, accettazione, essere stimato. Questo serve al ragazzo per bilanciare insicurezze personali, atteggiamenti di impegno, abnegazione, cooperazione. E’ importante riflettere sulle esperienze di socializzazione ricche di significato quali le scuole di scacchi e l’attività nei gruppi. Esperienze ampiamente da rivalutare in una società giovanile basata sulla dipendenza da tv e video-game. Una volta inserito in un gruppo il giovane entra nella cosiddetta “socializzazione secondaria” ovvero interiorizzazione dei valori dell’attività sportiva, tendendo ad assimilare lo schema ideologico ( norme+mete+valori) del proprio gruppo di riferimento, divenendone parte attiva.
Nel periodo dai 10 ai 16 anni l’appartenenza ad un gruppo rappresenta una delle motivazioni allo sport più importanti, sia nello sport di squadra che nello sport individuale.
Negli scacchi possiamo parlare di sport individuale, praticato con l’ausilio, il supporto e la complicità del gruppo-squadra.
o AUTOAFFERMAZIONE. Possiamo dire subito che rappresenta la condizione di chi mira ad esprimere pienamente se stesso (nel rapporto con la propria identità e nei riguardi del contesto ambientale “ristretto” ed “allargato”), la propria personalità (in maniera proporzionale alle proprie capacità introspettive) ed il proprio ruolo (essere umano integrato nel tessuto sociale, come partner, genitore, figlio, fratello, soggetto economicamente produttivo, etc.)
Fin dalla notte dei tempi, l’autoaffermazione (dalla scoperta del fuoco alla realizzazione dei sincrotroni) è sempre stata legata al termine “successo”, inteso come esito positivo di un evento risultante da una programmazione accurata ed una esecuzione che tenesse in debito conto, fattori motivazionali adeguati e competenze specifiche di alto profilo.
Lo sport porta l’individuo all’autoaffermazione attraverso la prova.
IL COMPORTAMENTO AGONISTICO
E’ la motivazione che determina la persistenza, la direzione, l’intensità del comportamento individuale e quindi del comportamento agonistico.
Diverse ricerche mostrano che gli atleti con alto livello di motivazione:
1. dimostrano un’elevata persistenza al compito
2. sono rapidi nell’esecuzione degli esercizi
3. sono orientati maggiormente al compito e meno sulle persone
4. assumono con soddisfazione la responsabilità delle proprie azioni
Gli atleti con queste caratteristiche sono motivati a raggiungere il successo e vedono la vittoria come una conseguenza della loro abilità.
MOTIVAZIONE E APPRENDIMENTO
Una efficace metodologia di insegnamento è in grado di stimolare e sostenere nel tempo il processo
di apprendimento dell’allievo.
o Utilizzare un ampio repertorio di mezzi didattici al fine di stimolare la curiosità e mantenere l’ attenzione
o I contenuti e gli obbiettivi devono essere chiari e valutabili
o Proporre una partecipazione attiva alle lezioni.
o Organizzare situazioni di apprendimento atte a promuovere l’autostima, l’appartenenza al
gruppo, l’identificazione con l’insegnante.

SCOPRIRE SE STESSI

La scoperta di sé può essere riconosciuta come una funzione psichica complessa che si va sviluppando (come tutte le funzioni) in rapporto con qualità personali e familiari che vengono modificate dalle esperienze e dai vissuti.
Si basa su:
– capacità di riconoscere in sé le modalità di resistere alle difficoltà suscitate nel rapporto con la quotidianità e la realtà esterna;
– possibilità di verificare i cambiamenti personali che si vanno organizzando;
– non limitarsi a subire le proprie risposte istintive, ma di valutarle nella loro valenza positiva e/o negativa, in modo da adattarle sempre più alla realtà.
Queste osservazioni fanno pensare a meccanismi di resilienza che abbiamo già messi in relazione con l’organizzazione libidica, emotiva, affettiva, intuitiva e razionale. La resilienza si va modificando in rapporto con i meccanismi mentali messi in atto in diversi momenti dello sviluppo psichico.
Saper investire in qualità è caratteristica delle persone di successo che sanno anticipare la comprensione del futuro e che posseggono una capacità speciale che li differenzia dalla “massa” degli Altri.
Nello scenario di crisi che dobbiamo affrontare e spesso anche subire, diventa sempre più necessario esplorare e comprendere le nostre potenzialità, le competenze ed i ricorsi psico-mentali interni che permettono di trovare altre opzioni. La “necessità” umana più importante ed emergente sta diventando quella di saper cambiare i paradigmi, la preparazione culturale, l’addestramento per la vita.
Pensare, sentire ed agire in modo “adeguato” ed in sintonia con i nostri principi ed i nostri valori, serve per arrivare a nuovi e più adeguati disimpegni di vita, a organizzare modelli operativi che ora si fondano sulle basi della Timologia e della Resilienza.
Queste funzioni psichiche che agiscono nell’oggi per il domani, aumentano drasticamente le capacità di difesa e di organizzazione psico-affettiva, entrando nei processi di relazione interpersonale. Si tratta di ridisegnare radicalmente e creativamente la nostra condotta, le percezioni, il sistema rappresentazionale, le attitudini per una forma simpatica, empatica e poetica della vita, incorporando cosciente- ed incoscientemente le molteplici informazioni che ci giungono dall’esterno, con l’obiettivo non solo di raggiungere miglioramenti, ma di produrre un “senso quantico di evenienze, una rottura di barriere che per tanti anni ci hanno inibiti, che hanno contribuito formalmente alla nostra formazione personale e professionale. Il modello per lo sviluppo personale riguarda tecniche che insegnano il rispetto per come percepiamo la realtà, per come ci relazioniamo e comunichiamo ed anche per come scopriamo i nessi più idonei per superare le difficoltà (resilienza), per raggiungere le nostre mete, per rispettare i nostri valori ed affrontare le nostre stesse sfide per la mente.

LA VOLONTÀ CHE SPOSTA LE MONTAGNE . . . CONOSCERE PER CONOSCERSI
.. Ricorda che dobbiamo essere sempre noi stessi a dare il primo passo se non vogliamo essere schiavi delle decisioni altrui.
.. Vivere il mistero dell’amicizia che sa dare di più proprio nei momenti di maggiore difficoltà.
.. Non credere che razionalmente possiamo risolvere tutto: la mente comprende le apparenze; solo con l’amore si può arrivare a conoscere il vero significato delle cose.
.. Non credere mai di avere fatto troppo perché il risultato non si raggiunge solamente con lo sforzo.
.. Credere in se stessi, nelle proprie potenzialità e nelle capacità che si sviluppano con l’applicazione, la volontà ed un indomito coraggio.
.. Vivere positivamente la percezione che con l’aiuto dell’Altro si possono raggiungere obiettivi insperati ed anche una maggior pienezza di sé.
.. Ricordare sempre che se ci lasciamo guidare dai “bisogni”, ci troveremo sempre nell’impossibilità di conoscere la nostra verità più intima.
.. Bisogna credere nelle proprie verità se si vuole comprendere le verità altrui.
.. Le vere scelte, quelle che portano a raggiungere le vette più alte, nascono dalla  volontà che guida il cammino verso gli obiettivi.
.. Dobbiamo vivere coscientemente che lavorare in gruppo rende molto di più che sforzarsi da soli.
.. La vera schiavitù è lasciarsi dominare da sensi di onnipotenza e da prevenzioni egocentriche.
.. Chi cede la prima volta cercherà mille giustificazioni per coprire tutte le disillusioni successive.
.. Chi guarda sempre in basso rischia di non vedere mai il cielo … neppure quando è sereno.
.. La grandezza dell’uomo sta nel riuscire a credere nella forza che sprigiona la collaborazione.
.. Sentirsi parte di un progetto è il vero mezzo per credere in se stessi ed essere certi del risultato.
.. La vera amicizia non è solo un sentimento rivolto verso l’Altro perché è anche un aprirsi alle esperienze più elevate.
.. Non credere mai d’aver esaurito il tempo: spesso facciamo in un minuto quello che non abbiamo raggiunto in una vita.
.. L’amicizia sa far cambiare gli obiettivi e spesso anche il “destino”.
.. Credere ed amare sono sempre delle opportunità che riempiono di significato le ore della speranza.
.. Più fai e più ti rendi conto che sempre manca qualcosa: la saggezza sta nella mano di chi ti accompagna.
.. Il lavoro indefesso dà senso di potere, ma i grandi obiettivi si raggiungono “… insieme”!
.. Non aspettare che qualcuno ti dica “… seguimi!”; metti sempre davanti i tuoi desideri!
.. Credere in un obiettivo è già essere alla metà del cammino!
.. Quello che fa la ragione in un anno, lo fa la volontà in un solo giorno!
.. Se riempiamo la vita di “sogno” scopriamo l’immensità delle nostre potenzialità
.. Mettere i sogni nelle palme delle mani è creare la grandezza del futuro!
.. La migliore strategia non è saper fare mille cose, ma farne poche senza perder tempo per guardare le chimere!
.. La creatività non è dispersione, ma saper cogliere un senso sempre più profondo ed un obiettivo sempre più completo.
.. Non ingannare mai se stessi per non rischiare di cercare di ingannare gli altri.
..• stare insieme significa … agire insieme
..• farsi conoscere piuttosto che farsi approvare
..• non è sufficiente sapere per essere felici
..• se vuoi essere te-stesso, considera se vale la pena essere diversi
..• poni sempre davanti a te il motto per la vita: IO POSSO
..• per sapere chi sei … guardati negli altri
..• ricorda che tu sei molto di più delle tue sconfitte, ma anche … delle vittorie
..• crea ogni giorno una speranza nuova
..• per “amare” qualcosa devi … viverne la mancanza come insopportabile
..• “amare” è riempire l’Altro di Valori
..• “amare” è desiderare perché se ne sente la mancanza
..• Ricordare che la “verità” sta sempre nell’occhio dell’Altro.
..• la volontà segue sempre quello che hai già desiderato
..• partecipare è il fondamento per attivare un cambiamento
..• le migliori idee non hanno valore se non le fai conoscere!
..• Aspettare il momento favorevole non è mai tempo sprecato.
..• Credere in noi stessi è la migliore strategia per scoprire un amico.
..• La “povertà di un amico” è il fallimento delle nostre potenzialità.

 

 

Leggere la gente

La gente non ama i falsoni, non si fida di loro.
Nel mondo degli affari è abbastanza facile mettersi una maschera, o anche più d’una, a seconda delle situazioni, molta gente si comporta in un modo con i subordinati, in un altro con i superiori, e in uno totalmente diverso, con le persone con cui non ha rapporti di lavoro.
Il vero io della gente, la vera natura, non può cambiare camaleontescamente colore per adattarsi ai vari ambienti; in qualunque situazione d’affari, prima o poi, o subliminalmente o palesemente, scopriremo che si sta trattando con il vero io di quella persona.

Ci sono persone che utilizzano, nelle varie occasioni, le stesse parole, le stesse sei o sette frasi, è come se parlassero a dei manichini, invece che a gente in carne ed ossa; hanno un repertorio di frasi standard da rivolgersi a qualunque tipo di persona incontrino.
Ci sarà un momento in cui vorremo sentire cosa ha davvero da dire quella gente, aldilà delle chiacchiere; vorremo essere in grado di situare le azioni di qualcuno, le sue personali attività affaristiche, nel più ampio contesto del carattere.
Che io venda o compri, che assuma o sia assunto (anche in qualità di consulente), stia negoziando un contratto o adempiendo alle richieste di qualcuno, io voglio sapere chi è l’altra persona.
Cerco il suo vero io, convinto che le situazioni d’affari sono sempre situazioni di persone.
Più ne so, e prima ne so, sulla persona con cui ho a che fare, con più efficacia potrò agire.
Ognuno ha il suo metodo per leggere la gente, chi si basa sulla prima impressione, chi sulla reazione a domande o situazioni “imbarazzanti”, chi prevalentemente orientandosi al “fare” e chi, invece, “all’essere”.
Imparare a leggere la gente richiede pochi gradini fondamentali:
1. Ascoltare aggressivamente (quel che dicono, e come lo dicono);
2. Osservare aggressivamente (non c’è bisogno di leggere un libro sul linguaggio del corpo per interpretare certe mosse e certi gesti);
3. Parlare meno (impareremo di più, sentiremo più cose, ne vedremo di più … e faremo meno stupidaggini);
4. Dare un’altra occhiata alla prima impressione (basiamoci su di essa, ma esaminiamola a fondo, non accettiamola superficialmente … valutiamo situazione, contesto, ecc.);
5. Prendersi il tempo di “usare ciò che si è imparato” (pensare a cosa ci proponiamo e quale reazione vogliamo ottenere dall’altro);
6. Essere discreti (non dire all’altro quanto pensiamo che sia insicuro, ovvero quello che abbiamo percepito come suo errore, ecc.)
7. Essere distaccati (riuscire a fare un passo indietro, soprattutto in situazioni che stanno diventando calde, aumenterà il nostro potere d’osservazione in modo automatico. Quando qualcuno si scalda, si scopre. Se ci scaldiamo anche noi, ribattendo colpo su colpo, vedremo di meno e mostreremo di più).
E’ importante agire, piuttosto che reagire, nelle situazioni d’affari, e non solo in quelle.
Agire invece di reagire ci permette di usare veramente quello che abbiamo appreso, ci permette di convertire le percezioni in “poteri” di controllo della situazione.
Quando reagiamo, invece di fare per primi il passo indietro, stiamo probabilmente gettando via questo potente vantaggio.
Se non reagiamo, non possiamo reagire in maniera eccessiva: saremo i controllori e non i controllati.