Reagire alle avversità . . . resilienza e dintorni

 

Come si suol dire in questi casi “mai come in questo periodo le persone che lavorano nelle organizzazioni sentono una forte e costante pressione“, è sufficiente leggere la stampa specializzata, i blog dedicati o partecipare a qualche convegno sul tema.
Le parole più gettonate?
Cambiamento, complessità,  pressione e stress.
Questo non sorprende chi da anni opera nel coaching, in particolare non sorprende il “business coach“, ovvero colui che  svolge questa attività all’interno delle organizzazioni.
Più e più volte ci imbattiamo in persone che trascorrono gran parte del loro tempo a fronteggiare aspettative dall’apparente natura caotica, tipica di buona parte dei luoghi di lavoro, con il risultato di esprimere una capacità notevolmente ridotta nel porre in essere comportamenti costruttivi e di crescita.
Parlare del cambiamento, della sua rapidità, delle crescenti complessità che ne conseguono, significa affrontare temi sicuramente familiari ai più.
I feedback provenienti dai focus group, i risultati dei sondaggi rivolti alla  clientela, la redditività corrente, le quote e i prezzi, sono solo alcuni dei fattori che causano  reazioni veloci, capaci di avere immediata attenzione a un cambiamento che, molto probabilmente, è già ben oltre il percepito.
Essere adattabili e porre in essere nuovi approcci coerenti al verificarsi di nuove circostanze, permette di affrontare il cambiamento con maggior efficacia, a differenza di coloro che, piuttosto che cercare di adattarsi ai mutamenti, cercano di cambiare questi ultimi, e ciò che ne consegue, per adattarli a se stessi.
Aggiungiamo che la sfida della complessità è sintomatica dell’era dell’informazione, era in cui abbiamo così tanti dati da elaborare, che non siamo in grado di poter dare un senso a tutto.
L’indicazione più semplice e immediata è quella di concentrarsi solo su alcuni dati, sufficienti a darci un quadro soddisfacente.
Se è pur vero che abbiamo bisogno di un sacco di dati per prendere buone decisioni, è altrettanto vero che, la  nostra incapacità di elaborarne in grandi quantità,  ci potrebbe facilmente portare fuori strada, con la conseguenza di un impoverimento nelle decisioni.
La chiave per affrontare le complessità, sta nella nostra capacità di assumere le informazioni essenziali, allinearle con i punti chiave, al fine di dare, nel miglior modo possibile, un senso alle cose.
Quando il rapido cambiamento e la maggiore complessità viaggiano in coppia, e magari ci troviamo con un numero ridotto di dipendenti e un forte accento sulla produttività, non dobbiamo meravigliarci se gli individui si sentono sotto pressione, e lo stress conseguente, oltre a emergere, comincia a scandire i ritmi del lavoro.
Oggi più che mai si dice che la chiave per affrontare lo stress sia la resilienza, ovvero la capacità di gestire in modo efficace il proprio modo di essere, unitamente alla capacità di perseverare.
Vediamo persone sotto stress per tutto il tempo e, di fatto, gran parte del lavoro di un business coach, in questi ultimi tempi, è stato aiutare le persone a ricostruire la loro resilienza.
Il termine resilienza deriva dal latino “resalio”, iterativo del verbo “salio”, che in una delle sue accezioni originali indicava l’azione di risalire sulla barca capovolta dalle onde del mare.
Il filosofo Khalil Gibran ha scritto: “Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.”
La resilienza è la chiave per poter far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, riorganizzando positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.
Non è  solo capacità di resistere, ma anche di “ricostruire”la propria dimensione, il proprio percorso di vita, trovando una nuova chiave di lettura di sé, degli altri e del mondo, scoprendo una nuova forza per superare le avversità.
Si tratta di un processo individuale, ovvero che si costruisce nella persona in base alla personalità, ai modelli di attaccamento e agli eventi della vita e, pertanto, si verifica in modo differente in ognuno di noi.
Molto spesso, infatti può capitare che, quando una persona che conosciamo si trova ad affrontare un evento particolarmente stressante, pensiamo “Io al suo posto non avrei avuto la forza di sopportarlo!”; tuttavia, come detto, tutto questo dipende dalle nostre esperienze, dai nostri apprendimenti, dalla nostra personalità.
Noi filtriamo ed elaboriamo gli eventi e i loro significati in modo differente, reagendovi e integrandoli nella memoria in modo altrettanto differente.
L’esposizione alle avversità sembra rafforzarle piuttosto che indebolirle.
Esse tendenzialmente sono ottimiste, flessibili e creative; sanno lavorare in gruppo e fanno facilmente tesoro delle proprie e delle altrui esperienze, grazie  alla capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.
Le persone resilienti sono, in definitiva, coloro che, seppur immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza, riuscendo a raggiungere anche mete importanti.

Vite da Manager: Sir Alex Ferguson

 

Due settimane fa si è congedato Sir Alex Ferguson, l’allenatore-manager di maggior successo del calcio inglese, che ha portato, in 27 anni, 38 trofei nella bacheca del Manchester United.

Una leggenda vivente che ha deciso di ritirarsi dopo un’ennesima stagione esaltante, pur rimanendo come direttore sportivo e ambasciatore dei Diavoli Rossi.
Alexander Chapman Ferguson, questo il suo vero nome, è nato a Glasgow il 31 dicembre del 1941.
Ex calciatore (era un attaccante), di famiglia operaia (il padre lavorava in un cantiere navale come manovale) il 20 luglio 1999 ha ricevuto il titolo onorifico di Sir dalla Regina Elisabetta in persona.
Il Sunday Times si è chiesto, di recente, se la “formula Ferguson”, cioè scegliere un leader e lasciarlo al comando per lungo tempo, non sia la formula vincente anche fuori dallo sport, in un mondo viceversa troppo spesso ossessionato dalla rapidità, dal breve termine, e dunque molto instabile.
Potrebbe essere d’aiuto il punto di vista di Anita Elberse, docente di Marketing presso la Harvard Business School, che in una recente intervista ha discusso delle chiavi del successo di lunga data di Sir Alex.
Studiando la squadra britannica, e analizzando la carriera del manager, Anita Elberse ne ha tratto un caso aziendale; sotto la sua guida, United è diventato uno dei franchise di maggior successo al mondo dello sport.
Secondo la Elberse l’essere riuscito ad avere successo con la stessa azienda ai massimi livelli per quasi trentanni non è solo frutto di un’abile management gestionale e motivazionale, ma è soprattutto dovuto alla sua volontà di sviluppare giovani talenti, sempre al centro del suo successo, in questo lungo periodo.
Sir Alex ha sempre posto l’accento sulla differenza che c’è tra “costruire una squadra e costruire un club”.
Egli ha sempre privilegiato il secondo risultato e quando ha iniziato allo United ha subito impostato un proficuo programma per le giovanili del club, al fine di renderle più visibili all’interno dell’organizzazione, allenando, ogni giorno, i giovani a fianco di giocatori di alto livello, così da favorire lo spirito di appartenenza a un “club’, più che a una squadra, gettando le basi per la solidità e la crescita della società.
Abbracciando nuove tecnologie e nuovi approcci, ha dimostrato la sua flessibilità e capacità di adattamento ai tempi che cambiano, adottando nuovi metodi per misurare, e migliorare, le prestazioni dei propri giocatori.
Come tutti i manager, Ferguson, ha dovuto gestire il breve termine (partita per partita), il medio (la stagione), e il lungo periodo (la programmazione).
Ha preso rischi calcolati come, per esempio, pensare al futuro durante la stagione, o puntare sempre sui giovani per gestire il successo tra le diverse stagioni (rinnovamento costante), andando oltre l’obiettivo di molti suoi
colleghi (vincere per sopravvivere) abbracciando profondamente l’idea della “struttura ottimale” per la propria squadra di calcio, e non solo l’idea della propria squadra di calcio ottimale.
Fermamente convinto che un manager non dovrebbe mai perdere il controllo, una voltà disse: “Non si può mai perdere il controllo, non quando hai a che fare con i trenta migliori professionisti che sono tutti milionari . . .
Tutto questo per avere il loro rispetto, e affinché loro capissero che nulla lo avrebbe fatto vacillare, da ciò che avrebbe sentito e ritenuto essere il meglio per la squadra e per la società.
Comprendere quello di cui i diversi giocatori avevano bisogno, sapendo esattamente cosa dire, come e quando dirlo, gli ha permesso di motivare il proprio team verso standard elevati, grazie alla capacità di saper adattare il proprio approccio alle diverse personalità, permettendo così a giocatori di diversa provenienza, di prosperare.
Non è stato Talleyrand, ma Napoleone.
Non ha tramato nell’ombra, tirando i fili di un potere occulto, ma si è sempre esposto in prima persona, con quel suo corpo da manovale e quel faccione rubizzo, sempre da vincente, senza mai incontrare la sua Waterloo, beffando il destino e la sconfitta, lasciando al momento giusto.
Il suo posto è nella storia dei vincenti.

Il rispetto è qualcosa che ci si deve guadagnare

Il modo migliore per avere il rispetto degli altri è non chiederlo.
Il rispetto viene dato agli altri solo quando li si ritiene degni di ricevere questo onore.
Per questo semplice motivo, i leader che chiedono il rispetto degli altri non saranno mai capiti, proprio perché il rispetto deve essere dato e non chiesto.
Quando abbiamo l’impressione di “non essere rispettati” dovremmo interrogarci su come ci stiamo comportando e di come siamo percepiti.
È indubbio che  tra i dirigenti che non sono un esempio positivo per gli altri ci sono quelli che vivono lo sdoppiamento del dire una cosa e farne un’altra.
Nel mondo degli affari è facile incontrare i cosiddetti chiacchieroni (tante chiacchiere e niente fatti).
La prima regola per essere rispettati non è semplicemente dire cosa fare, ma fare quel che si dice.
Se diciamo “La mia porta è sempre aperta“, ma in realtà abbiamo atteggiamenti e comportamenti di chiusura,  non stupiamoci se, oltre a non entrare, le persone cominceranno a perdere il rispetto in noi.
Va poi tenuta in considerazione la sostanziale differenza tra manipolare e influenzare gli altri.
Le persone non solo sono portate a rispettare coloro che le sanno influenzare positivamente nel fare le cose, ma spendono la propria volontà nel sostenerne gli obiettivi.
Chi invece manipola in modo palese, o occulto, non ha rispetto degli altri, e chi non mostra rispetto non lo avrà e non sarà mai un vero leader.
Influenzare gli altri significa pensare e comunicare in modo inclusivo, così da far sentire tutti parte della squadra.
Il linguaggio inclusivo non usa l’io, ma il noi; anziché dire “Io penso … io credo … che so … mi sento .. ” ci si rivolge agli altri con “Siamo in grado di  … la nostra sfida è … Vediamo ..“.
Coloro che rispettano gli altri non si chiudono mai in torri d’avorio, trattano tutti in egual maniera, dal portiere ai loro soci, cercando il contatto con i loro collaboratori perché si sentono come uno di loro.
Condividono le loro opinioni, cercano di supportarle il più possibile con i fatti, catturando così il rispetto e l’attenzione dell’ascoltatore (a dispetto di coloro che pur di dar fiato alla bocca “hanno un parere, solo un parere, su tutto“) .
Non si sentono in pericolo se gli altri vedono le cose in modo diverso, perché sanno che la vera ricchezza sta nel saper armonizzare le differenze .
Il rispetto è qualcosa che ci si deve guadagnare, non si può pretendere da nessuno.

Auguri per un 2013 ricco e sereno

A volte siamo alla deriva come nuvole in un giorno di cielo azzurro e andiamo dove ci porta il vento.
Cerchiamo il senso della nostra vita, ma in questi momenti la risposta sembra proprio fuori dalla nostra portata.
Cerchiamo di fare del nostro meglio per far funzionare le cose.
Se sappiamo ascoltare, osservare e percepire, tutto questo ci permette di scoprire in ogni momento che la vita è un processo di crescita.
Come esseri umani, abbiamo bisogno di imparare, evolvere e migliorare costantemente e attivamente, e la vita è un processo di apprendimento.
Dobbiamo imparare e crescere ogni volta che ne abbiamo la possibilità.
Ricordiamoci che il tempo è una risorsa limitata.
Una volta che è andato, anche tutte le ricchezze del mondo non saranno in grado di portarlo indietro.
Ricordiamoci di usare il nostro tempo prezioso con saggezza e non sprechiamolo in inseguimenti senza senso  e che alla fine non portano a nulla.
Poche cose sono importanti nella vita come la famiglia e gli amici, quindi non sarebbe logico darsi priorità antagoniste che ce ne separino irrimediabilmente.
Purtroppo siamo spesso impantanati in questioni che ci portano a trascurare ciò che è importante nella nostra vita.
Ricordiamoci di dedicare un po’ di tempo ogni giorno a coltivare questi rapporti.
Cerchiamo di manifestare empatia per coloro che sono intorno a noi, siano membri della famiglia, amici, o persone che la vita ha semplicemente messo sul nostro cammino.
Qui è dove le nostre capacità di comunicazione interpersonale devono essere indirizzate a cercare, trovare e capire il punto di vista dell’altra persona.
Solo allora saremo in grado di sviluppare migliori relazioni e costruire legami veri e importanti con le persone intorno a noi.
Auguri per un 2013 ricco e sereno.

Relazionarsi

Relazionarsi, conoscere persone nuove, creare nuove amicizie, avere amici con cui divertirsi e disponibili ad ascoltarci quando siamo un po’ giù… oppure flirtare, innamorarsi… sentire la passione… è una grande eccitazione, un brivido che ci ricorda che siamo vivi, regalandoci sensazioni che scaldano il cuore e ci fanno sentire bene.
Quanti riescono ad andare veramente in profondità nei rapporti d’amicizia, quante persone riescono ad entrare veramente in intimità con l’altro, al punto da riconoscere: sono uno con te e tuttavia sono un individuo libero?
In molti casi, passata l’eccitazione iniziale, relazionarsi con l’altro diventa complicato: nascono le aspettative, le reazioni e le frustrazioni quando i nostri bisogni non vengono soddisfatti, ci sentiamo delusi, traditi, oppure annoiati e a volte con la voglia di scappare lontano; non c’è la consapevolezza di un vero relazionarsi.
In quest’ epoca di crisi la scoperta più inquietante è che la maggior parte della gente vive nell’incapacità di sentire le proprie emozioni, di condividere il proprio stato d’animo, di essere empatici e di capire l’altro.
Senza questi presupposti diventa difficile relazionarsi, poiché relazionarsi presuppone la disponibilità ad ascoltarsi, a lasciare crollare i propri schemi di difesa rendendosi vulnerabili, altrimenti non ci può essere un incontro da cuore a cuore, ma solo da ego a ego, e l’ego ha paura, è arrabbiato, soffre e distrugge.
Relazionarsi è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano, possiamo sopravvivere in solitudine, ma se vogliamo veramente vivere abbiamo bisogno di relazioni sane e positive che nutrono il nostro cuore, ci aiutano ad espanderci, ad evolverci, e a migliorare noi stessi.
Non è semplice  fare nuove conoscenze, creare nuove amicizie, entrare in intimità con qualcuno, soprattutto se si è carichi di condizionamenti, di quello che si deve e non si deve fare, di ciò che è morale e di ciò che non lo è.
Entrare in contatto con le proprie emozioni ci permette di capirci, e attraverso la loro espressione possiamo entrare in contatto con la nostra energia vitale e con il nostro potere personale, migliorando così in autostima e  sicurezza, vivendo con più leggerezza imparando a comunicare nel modo giusto quello che ci piace e quello che non ci piace, ad andare oltre la paura di non essere accettati per quello che siamo
Capire le proprie emozioni nell’ambito delle relazioni è estremamente utile, poiché permette di diventare consapevoli di chi siamo e di cosa stiamo creando.
Lavorare sulle relazioni andando a toccare lo strato emozionale aiuta a comprendere, accettare e lasciare andare il passato che ci ha condizionato facendoci credere che non siamo degni d’amore.
E’ solamente con una nuova consapevolezza che è possibile costruire relazioni basate sull’amore; in questo modo relazionarsi diventa una nostra responsabilità, la nostra responsabilità di creare la nostra felicità e la vita che vogliamo.
Una volta compreso il proprio mondo emozionale è più semplice capire i motivi per cui ripetiamo i nostri comportamenti distruttivi, e quindi cambiare certi schemi.
Il corpo dà segnali ben precisi ma nella maggior parte dei casi non lo ascoltiamo.
Essere in contatto con il nostro corpo e avere la capacità di riconoscere le nostre sensazioni e di prevedere le situazioni ci dà un’incredibile potere: il potere di rendere felici noi stessi e gli altri, e di allontanarci da ciò che ci fa male.

Nelle tue mani (una breve metafora)

Fai un profondo respiro e chiudendo gli occhi immagina per un momento il giardino più bello del mondo.
E ora immagina di essere la persona responsabile di questo giardino.
Tu sei il giardiniere.
Sei nel tuo giardino e per un momento osservi intorno a te il tuo magico giardino e vedi tutte le cose stupende che vi crescono.
Forse ci sono dei fiori.
Forse ci sono degli alberi da frutta.
Forse c’è della verdura stupenda.
Tu scegli ciò che sta crescendo nel tuo giardino.
Tu puoi far crescere qualunque cosa desideri.
Puoi anche avere statue, archi, stagni, fontane… qualunque cosa tu desideri.
Camminando nel tuo giardino, vedi mentalmente tutti i colori.
Senti i profumi più delicati.
Ascolti il suono degli uccelli e degli insetti.
Camminando senti il terreno sotto i tuoi piedi.
Senti l’aria sul tuo volto.
Hai anche un senso di orgoglio in tutto ciò che vedi intorno a te.
Ti godi realmente il tuo giardino.
Ti rallegra tutto ciò che puoi vedere, udire, annusare e sentire.
E mentre cammini nel tuo giardino, sei anche consapevole di tutte le cose che non sono ancora visibili.
Cose che hai seminato tempo fa ma che non sono ancora cresciute.
Semi o bulbi che un giorno germoglieranno e fioriranno.
Immagina che cosa succederà quando ciò avverrà e come risulterà più bello il tuo giardino.
E sei contento.
E camminando, sei anche consapevole che sebbene queste piante un giorno appassiranno e moriranno, altre piante occuperanno il loro posto.
Piante che cresceranno e fioriranno e profumeranno deliziosamente.
E il ciclo andrà avanti. E tu ne fai parte.
Tu contribuisci a farlo succedere.
Prenditi un momento per piantare qualche altro seme.
C’è un’aiuola di terra dissodata, così l’unica cosa che devi fare è di spargere i semi e di ricoprirli con un po’ di terra.
Nelle vicinanze c’è un innaffiatoio.
Prendilo e spruzza un po’ d’acqua sul terriccio.
Ed ora guarda ancora il tuo giardino e osserva un albero speciale o un fiore.
Vai verso di lui e guardalo da vicino.
Annusalo.
Che profumo ha?
Toccalo delicatamente.
Che sensazione provi nel toccarlo?
Prenditi un momento per apprezzarlo.
Sei molto contento che sia lì.
Ciò fa parte del tuo giardino.
In questo posto speciale puoi avere risposta a qualunque cosa tu desideri sapere.
E chiediti: “Qual è la cosa di cui ho più bisogno di sapere in questo momento?
Aspetta una momento per la risposta e fidati del fatto che essa sarà lì sia che tu la sappia coscientemente o no.
Guarda ancora una volta il tuo giardino e senti quel senso di gioia.
Adesso preparati a lasciare il tuo giardino, sapendo che puoi ritornarci ogni qualvolta tu lo desideri.
Fai un profondo respiro e lentamente ritorna nella stanza, portando con te quel senso di gratitudine e di gioia, e tenendolo con te per il resto della tua giornata.

Tratto da “In your hands” di Susan Norman

Emozioni e consumi

Viviamo nel periodo C.
C, come consumo e comunicazione.
Noi tutti ogni giorno siamo più o meno consapevolmente coinvolti in questa catena: per consumare abbiamo bisogno che le aziende ci comunichino la loro offerta e i consumatori comunicano alle aziende cosa necessitano consumare.
Per questo motivo le aziende forti hanno capito che per vendere tanto è necessario comunicare bene.
Ma come?
In genere è il binomio alta qualità a prezzi competitivi la chiave del successo.
A dire il vero, la formula vincente é comunicare attraverso i piccoli dettagli orientando la scelta del consumatore su un determinato marchio piuttosto che un altro.
Questo processo é particolarmente interessante, anche se non così evidente come si potrebbe pensare, nel mondo della moda.
Sarà curioso analizzare e scoprire in quale modo le aziende del settore fanno leva sulla nostra emozionalità.
Il mondo della moda, così apparentemente frivolo, nasconde in realtà meccanismi studiati appositamente a coinvolgere e condizionare ogni singolo consumatore.
L’obiettivo principale di ogni azienda è, ovviamente, quello di vendere il più possibile.
Per questo motivo una buona comunicazione é considerata, da un punto di vista economico, un vantaggio competitivo.
Si tratta di un investimento notevole, somme di denaro e tempo vengono impiegate massicciamente per ottenere un immagine forte.
L’immagine dell’azienda é un punto cardine del proprio successo in quanto si tratta di un aspetto più duraturo e poco vulnerabile. Ciò nonostante, é fondamentale dare un immagine di se limpida e veritiera, in quanto costruire un immagine forte é sinonimo di affermazione, riconvertire la cattiva opinione pubblica di un marchio é praticamente impossibile.
Il consumatore scegliendo una determinata firma quindi, non solo compra un prodotto, ma porta a casa con sé uno stile di vita, un bisogno, un sogno.
Ecco perché è fondamentale per l’azienda mettere a punto un’immagine di sé pronta a soddisfare in tutto e per tutto il suo cliente. Per far si che ciò accada la strategia principale é generalmente quella di puntare sulla pubblicità.
Le campagne pubblicitarie fanno parte della nostra vita quotidiana in maniera continua.
La pubblicità passa ogni giorno attraverso televisione, radio, internet, cinema.
Le nostre città sono tappezzate di grandi affissioni sui palazzi, intere pagine dei nostri quotidiani sono occupati da inserti pubblicitari.
Senza pensare che la pubblicità in senso stretto non é sicuramente l’unico modo che utilizzano le aziende di comunicare con i consumatori.
Immaginate il numero delle sponsorizzazioni durante i piccoli e grandi eventi, le pubbliche relazioni e la vendita personale.
Eppure ogni pubblicità non è totalmente efficace se non esercita un’emozione nel cliente.
Per far si che ciò accada la pubblicità utilizza principalmente due tipi di comunicazione: quella iconica e quella linguistica.
La componente linguistica è stata a lungo studiata e infine definita come un vero e proprio “fantalinguaggio” dal linguista Mario Medici.
I Pubblicitari hanno dato vita a parole del tutto nuove partorite dall’unione delle tendenze del parlare e dello scrivere moderno e la necessità di comunicare molto nel minor tempo o spazio possibile.
È così che i sostantivi vengono accompagnati da -super! -extra!    -issimo!, i comparativi perdono il loro termine di paragone (ad esempio, “il detersivo Ariel lava più pulito”), parole composte come esentasse, tuttofare, persone ambosessi o automobili triporte diventano comuni nel parlare moderno grazie alle pubblicità.
Negli ultimi anni, pertanto, gli sforzi dei pubblicitari si sono concentrati maggiormente sull’utilizzo di un linguaggio iconico, molto più espressivo e quindi in grado di creare una certa suggestione psicologica nel consumatore.
Ricordiamoci, infatti,  che l’azienda cerca di ricreare un’emozione nel cliente che sceglie il suo marchio in modo da affezionarlo al loro prodotto.
Credeteci, non esiste metodo migliore che iniziare a gettare l’amo prima ancora della vendita stessa!
Per suggestionare la mente della possibile “preda” in questo tipo di linguaggio ci si affida principalmente alle immagini, che non sono studiate per comunicare espressamente un messaggio, ma piuttosto per orientare verso una scelta.
Il linguista Tullio De Mauro definisce questo linguaggio “Subalterno”: l’immagine domina sulla parola.
Esso non crea parole nuove, come nel caso precedente, anzi utilizza i segni già affermati e riconosciuti dal pubblico in modo da costruire “esche linguistiche allettanti”.
Pubblicità e moda sono un connubio affascinante e astuto, la maggior parte delle strategie aziendali puntano su di essa per creare la loro identità, per fortificare la loro immagine.
Tutti i prodotti, le sfilate, la vendita della griffe stessa é  una continuo trasferimento di messaggi verso il consumatore.
Grazie alla sua preponderata funzione emozionale,  cerca così di centrare il suo obiettivo principale: vendere.
Si può quindi affermare che “tutto ciò che è moda FA ed È comunicazione”.
Prendiamo ad esempio la campagna pubblicitaria di una  marca di occhiali da sole e vista.
La testimonial, ovvero la modella scelta a rappresentare con il suo volto la casa di moda, di questa stagione è una top-model di fama mondiale.
Lo slogan recita semplicemente “Lei è moda”.
Questa semplicissima frase comunica che per essere alla moda  come lei bisogna indossare quel paio di occhiali.
Messaggio semplice e coinciso che mira dritto ad un pubblico femminile più o meno vasto, che con l’arrivo della bella stagione sarà stata alla ricerca del nuovo occhiale da sole da indossare nei momenti di vita mondana, in spiaggia, a fare shopping con le amiche.
La pubblicità presa in esame è perfetta per spiegare certe tematiche fondamentali particolari del  mondo della moda e della promozione dei suoi prodotti.
Difatti, in un settore come questo è importante tenere in considerazione certe variabili importanti come la tipologia del prodotto e la brevità del suo ciclo di vita, la situazione del mercato, il comportamento del consumatore, ecc…
La pubblicità che lancia il nuovo prodotto necessita un tipo di comunicazione immediata, che miri direttamente al suo consumatore, insomma, concreta.
Deve colpire il maggior numero di pubblico possibile in maniera rapida ed efficace, in modo da dare il via alla vendite nel più breve tempo possibile.
Bisogna saper leggere correttamente l’andamento del mercato e di conseguenza intuire l’attitudine del consumatore di fronte ai nuovi acquisti.
Trattandosi di un processo d’acquisto veloce, é importante che il giusto messaggio venga indirizzato verso il giusto target di consumatori che, trasportati dall’onda dell’emotività, sceglieranno proprio quel determinato prodotto.
Generalmente queste sono le caratteristiche più difficilmente controllabili, in particolare nel breve periodo.
La comunicazione di moda deve basarsi su supporti che diano la possibilità di raggiungere in maniere efficace il target della clientela, sempre tenendo un occhio di riguardo al proprio budget.
È importante scegliere i mezzi di comunicazione appropriati in modo da conferire un’immagine di se coerente con la filosofia aziendale.
Infatti, in questo settore in genere si tende più a spettacolarizzare che a comunicare in senso stretto.
La fotografia é solitamente il metodo più diffuso, in quanto rimane maggiormente ricordata inserita tra le pagine patinate delle riviste femminili.
Con la fotografia si cerca di donare un carattere all’abbigliamento, e non conferire solo un’immagine.
Vengono investiti ingenti capitali ad ogni campagna pubblicitaria: i migliori fotografi, per le migliori modelle, per le più grandi (e ricche) case di moda.
In molti casi però, questa ricerca della spettacolarità eccessiva a tutti i costi viene esasperata talmente tanto che anche il messaggio comunicazionale viene spesso alterato o del tutto non compreso.

Comunicazione e conflitto organizzativo

Il lavoro individuale non è l’unica componente di un’organizzazione che, al contrario, ripone la sua leva costruttiva nella creazione e nella gestione di complesse relazioni interpersonali, dando luogo alla cosiddetta fenomenologia dei gruppi.
Un gruppo di lavoro non è altro che un’insieme di individui che si impegnano ad utilizzare in maniera collaborativa le diverse aree di competenza che rappresentano, al fine di ottenere elevate prestazioni e raggiungere risultati superiori, subordinando i loro interessi individuali a quelli dell’organizzazione.
All’interno della nostra esistenza possiamo ritrovare variegate tipologie di gruppi: in base all’intensità delle relazioni possiamo avere gruppi primari e gruppi secondari – in base al livello di formalizzazione possiamo avere gruppi formali o informali – in base alla durata potremmo avere gruppi permanenti o gruppi temporanei – in base alla dimensione potremmo avere gruppi piccoli,medi o grandi.
La costituzione di un gruppo comporta la formazione di una coscienza sociale che, nel lungo periodo, implica il superamento dell’agire individuale per dare spazio al comportamento collettivo.
La dinamica comportamentale parte dalla distinzione delle 3 anime da cui prende corpo la relazione sociale: la dimensione individuale – la dimensione collettiva – la dimensione politica.
Per quanto riguarda i primi due punti possiamo dire che gli obiettivi personali si muovono e si mescolano agli obiettivi organizzativi, generando complessità perché non è detto che esista lo stesso tipo e livello di commitment per tutti i partecipanti al gruppo.
La maggior complessità legata all’indirizzare i comportamenti diversi verso un unico obiettivo può essere fronteggiata in parte ricorrendo all’azione della cultura organizzativa, quale collante per creare coesione sociale, e in parte analizzando la dinamica del processo di subordinazione della volontà individuale alla volontà collettiva.
Il presupposto fondamentale della cooperazione è l’esistenza della volontà delle parti di contribuire al raggiungimento di un fine comune: ogni individuo deve accettare che ogni suo atto personale diventi un contributo per il perseguimento di un fine impersonale, cedendo ad altri il controllo delle azioni che pone in essere.
D’altro canto, esistono delle modalità per stimolare la volontà delle persone ad orientarla verso il raggiungimento del fine comune all’organizzazione, si fa riferimento al concetto di incentivi.
L’abilità dell’organizzazione risiede nella capacità o di aumentare gli incentivi positivi o di ridurre gli svantaggi, al fine di indirizzare gli individui verso il suo volere, bilanciando la disequazione della soddisfazione personale di ogni singolo dipendente.
La dimensione politica attiene alle simmetrie di potere tra gli attori sociali.
Possiamo dire che all’interno di un gruppo, ogni attore strategico crea un sistema di azioni per perseguire un vantaggio personale, le cui “regole del gioco” saranno fissate dal margine di incertezza che ogni attore manovra nel porre in essere la propria azione, influenzando le strategie degli altri soggetti con cui entra in contatto.
I giocatori svolgeranno le strategie di gioco che meglio consente di perseguire l’obiettivo finale, tenendo conto sia dei vincoli imposti dal gioco stesso sia dalle mosse dell’avversario.
Alla luce di quanto descritto affinché si possa pervenire al raggiungimento delle finalità organizzative, i gruppi che svolgono le attività aziendali devono tendere alla collaborazione.
Spesso accade che emergano conflitti che rompono l’equilibrio cooperativo, generando disfunzioni e rallentamenti nel perseguimento delle mete.
Talvolta la conflittualità è diretta conseguenza dei rapporti di potere, ma potrebbe anche derivare da una scarsa affinità di personalità e di orientamento tra i membri dello stesso team.
Questo tipo di conflitto può riguardare il rapporto tra un singolo individuo/ gruppo e l’organizzazione( conflitto organizzativo) oppure possono verificarsi tra organizzazioni o gruppi diversi (conflitto interorganizzativo o intergruppo).
Parlando sempre del conflitto, possiamo indicare anche un processo di conflitto composto da 5 fasi: la latenza, il riconoscimento, la percezione emozionale, la manifestazione aperta ed infine le conseguenze.
Per fronteggiare queste fasi l’organizzazione si può avvalere di precisi strumenti, per tenere sotto controllo i conflitti relazionali oppure per minimizzare gli effetti qualora si siano già verificati, ovvero
1) i tempi dell’intervento risolutivo;
2) i soggetti coinvolti nell’interazione;
3)i processi;
4) i contenuti.
Si può quindi decidere si battere il conflitto sul tempo (prevedendolo) oppure se gestirlo dopo la sua manifestazione (processi d’intervento).
Focalizzando l’attenzione sui soggetti coinvolti nell’interazione si intende affermare che è possibile risolvere un conflitto direttamente tra le parti in causa oppure ricorrendo all’intermediazione di un soggetto/organo esterno.
Per quanto riguarda invece la voce dei processi d’intervento i principali sono: il lassismo, ovvero attendere che il tempo aggiusti le cose; il confronto tra le parti in conflitto; la negazione; l’imposizione.
Un ultimo elemento di azione per la gestione della conflittualità intesa è legato al “dopo conflitto”, ovvero all’emersione del conflitto.
Le configurazioni più tipiche sono:
la convivenza con il conflitto per l’impossibilità di trovare una via d’uscita;
la diversione, ovvero lo spostamento dell’attenzione del conflitto;
la separazione delle parti che comporta all’allontanamento fisico del soggetto, fino ad arrivare all’eliminazione dell’interdipendenza tra le attività da essi svolte;
il compromesso ed infine l’integrazione con la quale si cerca di superare le cause che hanno generato il problema, orientando l’azione verso la ricostruzione della collaborazione tra le parti, sostituendo gli obiettivi fino ad ora perseguiti.
Tutte le soluzioni descritte fino ad ora si pongono come interventi di “riduzione” del conflitto.
L’integrazione,d’altro conto, si configura come un intervento di “risoluzione” perché tenta di superare le cause.
Ne consegue che è sicuramente il provvedimento più efficace , ma anche il più costoso dal punto di visto emotivo e, inoltre, non è detto che sia sempre possibile individuare un obiettivo di ordine superiore da assegnare in comunanza con le parti.
L’analisi condotta sinora fa emergere come la comunicazione sia uno degli strumenti che risente di una fondamentale importanza nella dinamica dei gruppi perché influenza le relazioni interpersonali e il processo decisionale.
Infatti l’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione e ne consegue che comunque ci si sforzi non si può non comunicare!
Il processo di comunicazione è influenzato da diversi elementi, tra cui riveste una particolare importanza la fase di codifica/ decodifica.
Tali elementi sono :
emittente e destinatario;
il messaggio;
i canali;
il significato e i processi di codifica e decodifica;
il contesto.
L’identificazione del messaggio emanato dall’emittente non comprende automaticamente la corretta interpretazione da parte del ricevente.
Ne discende che il problema più difficile da gestire in tale contesto è l’allineamento tra la percezione del messaggio da parte del destinatario e quanto inviato.
Il termine percezione identifica il processo di elaborazione cognitiva delle informazioni sensoriali provenienti dall’esterno.
Quindi la percezione individuale non rappresenta nient’altro che il modo in cui un individuo vede il mondo.
La decodifica quindi può essere soggetta ad una carenza di codice,ad una disparità di codice e ad una interferenza.
Ricordiamoci inoltre che la comunicazione non è solo il linguaggio, infatti lo studio del linguaggi o si è esteso anche ai nostri comportamenti visibili e che possono tradire quello che diciamo, parliamo in questo caso del linguaggio non verbale, del sistema cinesico,dalla prossemica e dall’aptica(diverse forme di contatto).

10 presupposti per una negoziazione efficace

La negoziazione è una componente essenziale della vita in un’azienda, in particolare nell’ambito della collaborazione.
Infatti, ricorriamo alla negoziazione ogni volta che tentiamo di influenzare gli altri, di proporre delle idee, di stabilire o migliorare delle relazioni.
Negoziare senza preparazione equivale a rinunciare a trattare ad armi pari con il conseguente rischio di trasferire il potere negoziale quasi interamente nelle mani dell’interlocutore.
Ma cosa occorre fare per affrontare una negoziazione d’affari con la necessaria preparazione?
Ecco un elenco di 6 aree critiche da analizzare prima di una trattativa:
Gli obiettivi: stabilite cosa volete ottenere, l’importanza dei diversi obiettivi e quale tipo di accordo vi soddisferebbe.
Provate anche a immaginare i possibili obiettivi dei vostri interlocutori e quelle che possono essere le loro priorità.
L’oggetto dello scambio: perché si possa negoziare occorre che entrambe le parti abbiano qualcosa da scambiare.
Cosa potete mettere sul tavolo di trattativa che sia d’interesse per il vostro interlocutore?
Cosa potrebbe essere messo sul tavolo che sia d’interesse per voi?
Cosa siete preparati a concedere, in caso di richiesta?
Cosa potreste chiedere?
Il potere negoziale: domandatevi dove si collochi il reale equilibrio negoziale nel vostro caso.
Chi ha maggior potere tra le due parti?
Il potere è reale o si tratta soltanto di una percezione?
Chi rischia maggiormente in caso non venga raggiunto un accordo?
Chi dispone di un maggiore controllo delle risorse?
Il rapporto tra le parti: qual è la storia del rapporto tra i due interlocutori?
E’ possibile che fatti esterni possano influenzare la trattativa?
Esistono rapporti con altri soggetti che potrebbero influenzare indirettamente la negoziazione?
In quale modo possono essere affrontati questi problemi?
Le possibili alternative: nel caso non si riesca a giungere ad un accordo, esistono delle soluzioni alternative?
E’ possibile che la mancanza di un accordo pregiudichi opportunità future? Quale sarebbe la conseguenza del mancato raggiungimento di un accordo per voi?
E per il vostro interlocutore?
Le attese: quali risultati si aspetteranno da questa negoziazione le parti coinvolte?
Quali risultati sono stati ottenuti in passato?
Esistono dei precedenti che potrebbero influenzare l’esito della trattativa?
La preparazione è soltanto il primo passo per poter affrontare una negoziazione con metodo.
Occorrono poi altri strumenti che ci consentano di verificare le nostre ipotesi iniziali.
L’obiettivo è di riuscire a formulare proposte che possano soddisfare al meglio sia le nostre esigenze che quelle del nostro interlocutore.

Ecco 10 suggerimenti che possono aiutarti a diventare un negoziatore efficace e sicuro di sé.

  1. Preparazione: non partecipare a una negoziazione senza esserti preparato prima, poiché di solito il più preparato è quello che ottiene i risultati migliori.
    Meglio conosci i punti di forza e di debolezza della tua controparte, maggiori sono le tue possibilità di ottenere ciò che desideri.
  2. Esercizio e fiducia in se stessi: l’arte della persuasione implica un approccio razionale e ragionevole.
    Esercitati ogni volta che ne hai l’opportunità: la maggior parte delle persone esita a negoziare perché non è sicura di sé.
    Sviluppa questa caratteristica negoziando più spesso.
  3. Stile flessibile: tipi diversi di negoziazione richiedono stili diversi.
    Il segreto della negoziazione è quindi nella preparazione, nella fiducia in se stessi, nella capacità di persuadere e in uno stile flessibile.
  4. Stabilisci ciò che vuoi ottenere: definisci le tue aspettative sin dall’inizio per evitare confusioni quando ti troverai in fase di negoziazione.
  5. Separa le persone dal problema: i negoziatori sono esseri umani, con le proprie percezioni ed emozioni.
    Anche l’altra parte vuole ottenere un risultato dalla negoziazione; pertanto, è opportuno prendere in considerazione ogni posizione.
    La tecnica ottimale consiste nel non attaccare mai, ma di rimanere obiettivi.
  6. Ascolta e reagisci: evita di interrompere quando l’altro negoziatore ha la parola.
    Quando parli, è utile utilizzare frasi che iniziano con l’espressione “La mia impressione è…”.
  7. Piano B e piano C: per evitare di scendere a compromessi non calcolati, è opportuno avere un piano di riserva pratico nel caso il primo non abbia successo.
  8. Concentrati sugli interessi reciproci: un negoziatore efficace tiene a mente che è possibile che l’altra parte stia cercando di ottenere il suo stesso risultato ma stia utilizzando tattiche o strategie di negoziazione diverse.
  9. Vantaggi per tutti: un negoziatore efficace cerca di trovare una soluzione che offra benefici a entrambe le parti.
    Si tratta di trovare un compromesso in cui tutte le parti ottengono ciò che vogliono grazie a un accordo reciprocamente vantaggioso.
  10. Nero su bianco: se vuoi consolidare un accordo, mettilo per iscritto per garantire la responsabilità di tutte le parti coinvolte.

Un negoziatore di successo è calmo e controllato; illustra le proprie posizioni in modo logico e ragionevole ma allo stesso tempo non è uno sprovveduto.

La complessità del nostro essere: prima che adulti, siamo stati bambini

Parlare di relazioni quotidiane vuol dire parlare di quel immenso campo di eventi nel quale ognuno di noi vive ogni giorno.
Ma cos’è una relazione?
Siamo abituati a pensare che una relazione è un rapporto fra noi e nostro padre, i nostri fratelli, i nostri figli, i nostri amici, i colleghi, ecc.
Non pensiamo mai, o quasi mai, che ne esiste un’altra fondamentale nella nostra vita: la relazione con noi stessi!
La famosa affermazione di W. Allen: “Mi vengono in mente dei pensieri coi quali non sono d’accordo”sottolinea bene l’esistenza di questa importante relazione.
Con cosa noi siamo in relazione?
Con il nostro mondo interno, un mondo fatto di sentimenti, emozioni, paure, fantasie, ricordi, vissuti di sé e vissuti dell’altro; idee anticipatorie di quel che sta per accadere, idee anticipatorie di quello che l’altro sta per dire o fare, ecc.
Un mondo interno ricco, complesso e assolutamente sotterraneo, a cui per lo più non siamo abituati a prestare orecchio e che però, interferendo nella percezione di noi stessi e degli altri, determina fortemente ogni nostro singolo atto quotidiano, il nostro comportamento e il nostro agire.
In realtà, questo nostro mondo interno, non è del tutto sconosciuto e incomprensibile, semplicemente non siamo abituati a dargli peso, né a prenderlo in considerazione.
Ci sono però dei momenti nei quali qualche aspetto di questo mondo cerca di venire allo scoperto, cerca di emergere e di imporsi.
E’ il caso, ad esempio, dei lapsus verbali, nei quali diciamo qualcosa che non “volevamo dire” e che rivela l’esistenza di una parte di noi “nascosta”.
Una signora, raccontando di un litigio col proprio marito, terminò il racconto affermando: “mi ha detto che non mi sopportava più e furiosamente ha aperto la finestra e se n’è andato”.
Ovviamente, intendeva dire “ha aperto la porta”!
Non è stato difficile per la signora cogliere divertita che una parte di sé avrebbe desiderato “buttare dalla finestra” suo marito.
Anche la “dimenticanza” ci può svelare d’improvviso che quella cosa a cui noi credevamo di tenere tanto, per un altro aspetto di noi, era del tutto odiosa o molto temuta.
E ancora, ci può capitare di fare una promessa e sentire di farla controvoglia.
Questo può nascere da quel non sapere dire di no che fonda le sue radici nell’idea che di fronte a un “no” l’altro non possa che scostarsi deluso senza più volerci bene; oppure dall’idea che l’altro si arrabbi e si vendichi; oppure ancora in quella pretesa di essere onnipotente, di non avere limiti e di poter far sempre tutto per tutti.
Allo stesso modo, un rifiuto troppo sbrigativo può nascere da un’abitudine antica, nata per difendersi da richieste soffocanti.
Quindi, a seconda di come gli altri sono rappresentati dentro di noi, gli altri giocano, per così dire, un ruolo che noi gli facciamo recitare.
Come si è formato questo mondo interno dentro di noi?
E’ il risultato delle nostre esperienze, di come le abbiamo vissute, del significato che hanno assunto per noi, dai timori e paure provate, da come ce ne siamo difesi e da come poi abbiamo introiettato tutto questo, soprattutto durante l’infanzia.
E’ necessario, quindi, fare un salto indietro nella storia della nostra evoluzione.
Ogni adulto porta dentro di sé il bambino, il fanciullo e l’adolescente che è stato.
Questo bambino, specie se infelice, impaurito ed insicuro, può ostacolare l’adulto.
Siamo abituati a pensare ai bambini come a degli esseri “beati, felici e senza problemi”.
Niente di più falso!
La crescita comporta una moltitudine di problemi e difficoltà infinite e, se va bene, con una certa sofferenza.
Cerchiamo di capire più profondamente queste difficoltà soffermandoci su alcune delle tappe fondamentali nella formazione della persona.
Importantissimo, è come un bambino si è sentito quando era molto piccolo e indifeso, ed aveva bisogno di tutto per poter sopravvivere.
Sto parlando dei primi mesi di vita.
Se in questa fase la madre è in grado di sintonizzarsi sui bisogni del bambino, di essere attenta e di soccorrerlo in ogni momento di bisogno, sapendo anche discriminare il tipo di bisogno (fame, bisogno di contatto, dolori somatici, ecc), quel bambino crescendo avrà una sufficiente fiducia in sé e nel mondo ed un buon senso di sicurezza che gli permetterà di affrontare, nelle migliori condizioni, le successive tappe dell’evoluzione.
E’, infatti, proprio in questo periodo che nascono e si formano il “sentimento di fiducia” e il “sentimento di sicurezza” di base, che accompagneranno tutto il percorso della vita.
L’assenza o la carenza di questi sentimenti possono lasciare dei danni, più o meno gravi, che ostacoleranno la sua crescita.
Un esempio: una coppia di giovani genitori, avendo l’abitazione proprio sopra al ristorante nel quale lavoravano, avevano creduto possibile conciliare il lavoro con l’accudimento del loro figlio appena nato.
La madre saliva in casa ogni tre ore, cioè negli orari nei quali doveva allattarlo.
Dopo qualche tempo il bambino non dava più segni di vita: non piangeva, non si attaccava al seno, non mangiava.
Si era completamente ritirato da un mondo troppo spaventoso per lui in assenza di quella protezione di cui aveva bisogno.
Viceversa, se la madre accudisce, protegge e guarda il proprio bambino con amore, quell’amore il bambino lo rivolge in sé stesso.
In ogni tappa della vita, il bambino deve affrontare un nuovo problema, deve acquisire una nuova capacità e lo può fare solo se ha un valido aiuto nei genitori e se, nello stesso tempo, gradualmente può sperimentare in autonomia la nuova capacità che sta cercando di costruire.
In altre parole, il compito dei genitori non è più solo quello di proteggere il bambino ma anche quello di lasciarlo libero di sperimentare movimenti di autonomia fornendogli, tuttavia, una presenza rassicurante.
I “segnali di sicurezza” lo faranno “provare” mentre i “segnali di pericolo” lo faranno “arretrare”.
Per il bambino, ad esempio, l’acquisizione della deambulazione non è una cosa facile.
Ma una madre apprensiva che lo tiene in braccio per il timore che cada non gli è certo d’aiuto.
Anche il compito dei genitori, quindi, è molto difficile perché dovrebbero sempre essere in grado di rendersi conto di qual è il momento del soccorso e dell’accudimento e qual è il momento di lasciare andare il bambino perché provi.
Il problema dell’individuazione è il problema della maturazione del senso di sé, di una propria identità, che la persona costruisce a seconda della fiducia che riesce a sentire in se stesso in relazione a quanto ha sufficientemente risolto ogni problema che ha affrontato.
Tanto più i sentimenti di fiducia e sicurezza sono elevati, tanto più può sfidare il timore e l’ansia di buttarsi in una nuova esperienza, la quale a sua volta gli fornirà un senso di affermazione di sé e di autostima.
La presenza della mamma nella stanza è un segnale di sicurezza che permette al bambino di giocare, perché vi è un costante interscambio di segnali con la madre che gli fornisce un sentimento di benessere.
Se egli si accorge che la madre ha lasciato la stanza, immediatamente avvertirà un segnale di pericolo e sorgerà in lui un bisogno di aggrapparsi a lei.
In questo senso la relazione madre/bambino può considerarsi un soddisfacimento di desiderio.
Si percepisce, infatti, un bisogno quando il suo soddisfacimento viene ostacolato in qualche modo.
La presenza della madre nasconde cioè il bisogno stesso della madre.
Il bisogno non sorge, non c’è, è soggiacente e viene attivato dall’interruzione del soddisfacimento del bisogno di sicurezza e, conseguentemente, dal desiderio di avere la madre vicina.
Ciò che egli sente come perduto è la madre, ciò che è in effetti perduto non è soltanto la madre ma anche il benessere implicito nella relazione con lei.
Il bambino cerca di ottenere, tramite l’interazione con il suo ambiente e con il suo stesso sé, una specie di “nutrimento” che possiamo chiamare di affermazione e di rassicurazione, e questo bisogno di nutrimento deve essere soddisfatto costantemente per mantenere un livello sufficiente di sicurezza.
L’Io, che è l’organizzatore del nostro apparato psichico, è costretto a “prendere dei provvedimenti” che noi chiamiamo “difese” per mantenere costante questo livello, attraverso il controllo continuativo ed efficace sugli stimoli disturbanti provenienti dal mondo esterno e dal proprio mondo interno, facendo in modo che la sua esperienza coincida con le sue aspettative.
Il bambino non nasce, tuttavia, né biologicamente né psicologicamente, per opera della sola madre: ha anche un padre che sin dall’inizio è al centro di una vicenda triangolare, sia pure a vari livelli di relazione.
Nei primi mesi di vita del bambino, il compito del padre è quello di proteggere la coppia madre/bambino dalle richieste della realtà assumendole su di sé, permettendo alla madre di svolgere i suoi compiti di accudimento in un rapporto di simbiosi con il proprio figlio.
Il padre, comunque, riuscirà a realizzare questo compito non solo operando concretamente nel mondo della realtà, ma sospendendo dentro di sé, a favore del figlio, le richieste di cure e di attenzioni e accettando di restare temporaneamente escluso dal rapporto madre/bambino.
Molti uomini non sopportano questa esclusione e per soffrirne meno la rendono spesso categorica e definitiva, immergendosi nel lavoro o in attività che li tengono occupati fuori dalla vita familiare.
Trasformano cioè in “esclusione voluta” una iniziale esclusione subita.
Altri non accettano di fare temporaneamente da sfondo e si inseriscono a forza nella relazione madre/bambino rivaleggiando ora con la madre (cercando di far tutto e meglio di lei, criticando continuamente i suoi piccoli errori, ecc.), oppure con il bambino (si ammalano, si lamentano per piccoli disturbi, diventano più esigenti e bisognosi di attenzioni, ecc.).
L’uomo ha inoltre l’importante funzione di aiutare la madre a tollerare la separazione del parto e le permette poi di lasciarsi “divorare” dal bambino, sicura di poter essere reintegrata, di essere di nuovo riempita di energie affettive.
Tra le funzioni della madre c’è anche quella di “presentare” al bambino suo padre e di trasmettergli quella sicurezza che le deriva proprio dalla sua protezione.
Tra le funzioni del padre, una è molto importante per lo sviluppo del bambino: dopo la prima fase di rapporto simbiotico madre/bambino è necessaria la presenza reale del padre onde evitare il prolungarsi del rapporto a due che può portare il bambino ad una regressione invece che ad una progressiva evoluzione.
In altre parole, la seconda funzione del padre è quella di aiutare il bambino a separarsi dalla madre.
Inoltre, il bambino che copia il comportamento e i modi del padre (cioè si identifica) modifica la propria rappresentazione di sé attraverso il trasferimento di una parte dei sentimenti di ammirazione, di stima e di amore che ha verso il padre, su di sé.
Il processo di separazione-individuazione, come dicevo, è un problema che si presenta, a diversi livelli, per tutta la vita in quanto ogni persona è costantemente confrontata con situazioni che richiedono sempre nuovi processi di individuazione (l’entrata in università, l’inizio dell’attività lavorativa, la crisi di mezza età, la menopausa, la perdita dei propri cari, l’adattamento alla vecchiaia, e così via).
In ciascuno di questi momenti è necessario, per conseguire l’adattamento, abbandonare non soltanto modalità precedenti ma anche stati del sé che prima erano rassicuranti e soddisfacenti.
Il superamento della regressione ed il successivo movimento in avanti, sono inevitabilmente legati ad un certo grado di sofferenza, dovuta al dolore di dover rinunciare a stati ideali infantili del sé, in favore di ideali sempre più adattati alla realtà che si accompagnano anche alla rinuncia della dipendenza dalle figure genitoriali per l’ottenimento del benessere.
Un fenomeno attuale che riguarda gli adolescenti è proprio la difficoltà che hanno a separarsi dall’ambiente familiare.
Tra le molte difficoltà, un adolescente deve anche imparare a non sentirsi rigidamente obbligato a ripagare le prestazioni dei genitori a suo favore.
Se non riesce a liberarsi di ciò, non sarà in grado di liberare se stesso e di usare le sue potenzialità ed il suo impegno nei confronti della società e degli altri nuovi rapporti.
Alcune volte i genitori non lasciano questa libertà, a causa dei loro bisogni inconsapevoli non risolti.
Queste difficoltà di separazione possono spingere gli adolescenti ad adottare soluzioni inadeguate come, ad esempio, soccombere o ribellarsi violentemente (fughe, comportamenti ostili all’interno della famiglia, adesione a gruppi violenti che promettono una forza e un potere che essi non trovano in se stessi).
Significativo a questo proposito, il caso di una adolescente di 16 anni, la quale si era ritirata dalla scuola e dalle sue relazioni scolastiche e di quartiere.
La madre soffriva di una forma fobica che non le permetteva di uscire fuori di casa.
Il padre era un uomo estremamente geloso e possessivo ed ogni tentativo della moglie di sfidare i suoi timori e uscire di casa portavano ad un conflitto con il marito.
La figlia aveva quindi assunto il compito di soddisfare, da una parte, il bisogno della madre di avere compagnia e, dall’altra, il bisogno del padre di “spiare” e controllare la madre.
Non è difficile capire che in simili condizioni è davvero difficile crescere.
Ma c’è un altro elemento che riguarda la colpevolizzazione della separazione.
Una persona che ha successo nel suo sperimentarsi nelle difficoltà delle varie tappe, si individua e si separa dagli altri.
Se questa separazione è fonte di sentimenti di colpa “se fai così vuol dire che non mi vuoi più bene”, l’angoscia della perdita dell’altro che ne nasce, può costringere quella persona a interrompere la sua crescita.
Altro compito molto difficile per il bambino è quello di imparare a sopportare dentro di sé tutti quei conflitti che nascono dalla gelosia, dai propri sentimenti di rabbia, dai timori della perdita e dell’abbandono.
Tutti sentimenti che il bambino sperimenta in relazione ai propri genitori e fratelli e che sono necessari alla crescita e all’acquisizione della capacità di amare se stessi e gli altri.
Anche qui l’aiuto dei genitori è fondamentale.
Essi devono fargli da guida in queste vicende importantissime e molto intense.
Per crescere ed amare il bambino ha bisogno di sentire che, ad esempio, la sua rabbia non distrugge la madre, che i suoi sentimenti edipici (innamoramento per il genitore del sesso opposto) non gli fanno perdere l’amore dei genitori.
Per il bambino è una necessità quella di sentirsi in grado di “conquistare” la madre, oggetto del suo amore, e di rivaleggiare con proprio padre nei confronti del quale vuole vincere.
Se la madre ridicolizza il bambino, egli si sentirà umiliato e questa esperienza influenzerà negativamente le sue esperienze future (ad esempio si sentirà inadeguato ed incapace di conquistare una donna).
Parallelamente, ha bisogno di sentire che il padre non morirà per questo suo desiderio di “farlo fuori”, né morirà il suo amore per lui.
Molti sembrano riprodurre continuamente nella vita la rinuncia a questa vittoria e in generale l’impossibilità di fare conquiste e di vincere per forti sensi di colpa.
Non possono cioè avere successo e vincere nella vita non solo perché hanno paura di fallire ma perché hanno paura di vincere.
Anche la rivalità fra fratelli è fonte di sentimenti di infelicità quando la sensazione è che “l’altro” è il preferito, il più amato, il più stimato.
I sentimenti di esclusione, di non essere più il “reuccio” di casa, di profonda gelosia e rabbia, sono di solito i timori di un bambino alla nascita di un fratellino.
Le necessità del neonato e l’attenzione che di solito crea intorno a sé, saranno per lui un terreno fertile per sentirsi infelice e solo.
A volte accade anche che il secondo figlio viene affidato alle cure del primo.
Ciò comporta, oltre alla perdita della condizione di bambino, la nascita di sentimenti di incapacità e inadeguatezza.
Altro esempio ce lo fornisce una persona, la quale ha avuto durante l’infanzia la sensazione che la propria sorella fosse la preferita. Ancora oggi ha la certezza patologica che in ogni sua relazione arriverà, prima o poi, qualcuno che sarà preferito a lui.
Molti desideri sorgono all’interno della mente come risposte a forze che non sono, come abbiamo visto, solo istintuali.
Le più comuni sono l’ansia e gli affetti spiacevoli.
Tali desideri possono essere consci ma possono non esserlo.
Ad esempio, può esserci un desiderio di allontanare qualunque cosa venga identificata, consapevolmente o inconsapevolmente, come fonte di disagio, dolore o dispiacere, oppure il desiderio di scappare per poter evitare una situazione di pericolo.
Questi desideri, durante lo sviluppo, possono essere diventati inaccettabili e rimangono come impulsi di desiderio urgenti ma inconsci.
I desideri che rappresentano soluzioni o adattamenti passati, in primo luogo quelli dell’infanzia, riemergono costantemente ma possono essere respinti perché considerati inaccettabili dalla coscienza.
Tali desideri sono sentiti inadeguati nel presente ma ciò nonostante permangono.
Noi integriamo tali desideri passati, che riemergono nel presente, con desideri nuovi che si formano in conseguenza della socializzazione e di altri fattori.
Il bisogno di sperimentare aspetti di relazioni dei primi anni di vita ricorre e persiste costantemente, in particolare quando i nostri sentimenti di sicurezza sono minacciati, come costantemente accade.
Uno degli scopi principali del nostro apparato psichico è quello di proteggere la coscienza.
Ciò ha come risultato che il modo in cui gratifichiamo desideri inconsci può essere sottile e mascherato, proprio per il bisogno di proteggere la coscienza dal sperimentare direttamente il contenuto del desiderio inconscio.
Perciò possiamo ripetere relazioni passate in una forma mascherata.
Anche le difese, i capovolgimenti e le forme di mascheramento sono una conseguenza del modo in cui ripetiamo o cerchiamo di ripetere le prime relazioni di soddisfacimento del desiderio.
Nel nostro agire quotidiano esiste, quindi, un retroterra che non conosciamo ma che determina il nostro agire.
I rapporti, i desideri, le aspettative, le paure inconsce intervengono nelle scelte che noi facciamo del partner, dell’amico, di un lavoro e così via.
Il fatto di diventare consapevoli di un meccanismo abituale è, ovviamente, di grande aiuto.
Il mestiere di “bambino” non è facile, ma quello di “genitore” è ancora più difficile in quanto i genitori hanno a che fare anche con un altro bambino, quello dentro di loro, i cui problemi non risolti possono influire nei ruoli successivi di padre e di madre.
La normalità, vista come assenza di problemi, è solo un mito.
Al termine del percorso evolutivo in ognuno di noi è presente qualche ferita, qualche paura, qualche difesa di troppo, ecc.
Dalle relazioni primarie, dalle esperienze vissute con loro, dal modo in cui le abbiamo interpretate ed elaborate nel tempo, dal modo in cui abbiamo cercato di correggerle e di adattarci, nasce un nostro stile difensivo e un nostro stile relazionale con il quale osserviamo e viviamo nel mondo.
Abbiamo imparato a fidarci degli altri, oppure gli altri ci incutono sempre timore e diffidenza?
Siamo capaci di capire quali sono gli spazi privati in cui ognuno gestisce se stesso e quali sono gli spazi da mettere in comune con l’altro?
Riusciamo ad esprimere le nostre opinioni o non ci riusciamo perché temiamo la critica e la svalutazione?
Essere consapevoli di questo nostro stile personale ed unico, che tende a ripetersi e a condizionare tutte le nostre relazioni, è importante soprattutto quando le nostre relazioni ci rendono infelici.
Ma, perché si sceglie una persona che suscita in noi malessere ed infelicità?
Perché si ha bisogno di ritrovarsi in una esperienza nota e perciò rassicurante.
Ci sono coppie molto infelici ma che sono indissolubili e la sicurezza che può offrire la stabilità conta di più del piacere che a loro manca.
Ci sono persone che cambiano continuamente partners come prevenzione degli abbandoni: abbandonano la relazione anticipando il temuto abbandono da parte dell’altro.
Anche qui, il sentimento di sicurezza è ciò per cui si sceglie (la sicurezza di non essere abbandonati) a scapito del piacere di una, possibile ma non sicura, buona relazione.
La scelta di un partner non risponde dunque solo ad una scelta razionale, ma risponde sempre a dei motivi che hanno le loro origini nella vita emotiva della persona.
Un giovanotto ha sempre avuto un pessimo rapporto con il padre il quale, sin da bambino, era stato svalutante nei suoi confronti.
Nella sua vita ha sempre fatto le cose più difficili per dimostrare a suo padre di essere bravo.
Ancora oggi sente sempre il bisogno di dimostrare di essere bravo, capace e preciso.
Sul lavoro vive con un’ansia terribile per il timore di essere scoperto incapace e insoddisfacente e va in allarme anche per una sola parola o uno sguardo che gli incutono questo timore.
Protremmo quindi ridefinire il concetto di relazione affermando che è l’incontro fra due persone che entrano fra loro in contatto emotivo e le cui caratteristiche sono determinate da cosa ognuno cerca nell’altro.
Questi “incastri” fra due persone possono risultare spiacevoli perché tengono legati a situazioni di insuccesso, o di sfruttamento, o di umiliazione o di maltrattamento, ma hanno una funzione importante in quel preciso equilibrio che ognuno è riuscito a costruirsi tanto tempo fa e a cui non può rinunciare.
Le  persone lottano per raggiungere la serenità e cercano di ottenere una certa libertà dai loro schemi ripetitivi che procurano infelicità e dolore, cercando la possibilità di trovare la capacità ed il coraggio di uscirne e darsi una vita più soddisfacente.